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Reggina, l’anno di rottura con i retaggi

Chi segue la Reggina da almeno vent’anni sa bene quale sia il marchio di fabbrica della storia amaranto in fatto di modulo tattico. Sin dai fasti dell’era Foti, si può dire che, al netto di qualche eccezione, i più grandi risultati la storia amaranto li abbia conosciuti con allenatori che giocavano con il 3-5-2 o rivisitazioni di esso.  Che lo si chiami 5-3-2 , 3-4-1-2 o qualsiasi altra forma fa poca differenza.

Da Colomba a Mazzarri, passando per De Canio e arrivando fino a Mimmo Toscano.   Il modulo che ha sempre contraddistinto le migliori stagioni del club di Via delle Industrie è sempre stato quello: tre centrali e due esterni a tutta fascia.

I più cattivi diranno che è lo schieramento tattico che “costa meno”, tenuto conto che nel calcio gli esterni sono spesso i calciatori per i quali si deve spendere di più.  Ma a fronte di precedenti fatti soprattutto di successi, bisogna solo dare merito all’evidenza dei fatti.

Spesso gli allenatori che hanno provato a giocare a quattro hanno fatto una brutta fine. Basti pensare al primo Pillon, a Ficcadenti, a Novellino.  Per certi versi pareva una maledizione che in pochi sono riusciti a sfatare.

Ci è riuscito sicuramente Marco Baroni che ha optato per il 4-2-3-1 e ha portato grandi risultati.  Non era facile, con quello spettro chiamato 3-5-2 che spesso ha aleggiato dalle parti del Sant’Agata.   Ed è anche vero che il mercato di gennaio gli ha regalato tutti gli esterni che avrebbe voluto.