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Reggina: non si può giocare sempre bene, i problemi sono altri

di Pasquale De Marte –  Il rischio che la partita contro il Catania potesse, in qualche modo, illudere, c’era. Difficile dimenticare come la Reggina abbia messo totalmente sotto un avversario di primo livello, dando sfoggio di potenzialità tecniche di primo piano e l’impressione di potersi non precludere alcun traguardo.

 

Il rischio si è concretizzato nella partita successiva, regalando un pensiero difficile da confutare La Reggina fatica a giocare partite di Serie C, contro avversari di Serie C, in stadi di Serie C. Non è un problema di stimoli o motivazioni, ma di connotati.

La Serie C, inoltre, è un campionato dove quasi mai vince chi gioca meglio. Il Lecce dell’anno scorso era un mezzo carrozzato, non una spider. Il Foggia che ha vinto la Serie C era quello solido di Stroppa, non quello bello di De Zerbi. Vincerebbe ogni anno Auteri se giocare meglio fosse la discriminante per andare in B ed il suo Benevento promosso tra i cadetti non è stato certo quello che esprimeva la migliore manovra tra le squadre avute.

A Rieti si è perso perché si è affrontato un avversario che correva di più, lo faceva meglio e perché è abituato a farlo. Ce l’ha nel Dna, molto più di questa Reggina che ha perso per un’ingenuità dettata dalla generosità di Bellomo che. Ripiegando,  va a commettere un fallo che regala una chances ad avversari generosi ma che, fino a quel momento, quasi non si erano avvicinati alla porta.

In Serie C giocare bene è un’utopia. In Serie C devi avere capacità di leggere le partite, se sei tecnicamente superiore immaginare che chi hai di fronte calerà negli ultimi venti minuti dopo settanta di pressing asfissiante e avere la lucidità di fargli male al momento opportuno, a meno che tu non abbia trovato il jolly che ha sbloccato la contesa o beneficiato di una falla dei fortini avversari.

Poche squadre lasciano giocare la Reggina come ha fatto il Catania consegnando venti metri di campo tra difesa e centrocampo in cui far sguazzare Bellomo, poche corrono poco quanto gli etnei che, per loro fortuna, raramente incontrano avversari con la qualità degli amaranto.

La differenza tra l’essere una squadra normale, tendente alla mediocrità, e una che può fare strada c’è nella capacità di portare gli episodi dalla propria parte. Sta anche nella lucidità di capire che quando si può fare 0-0 bisogna accontentarsi, evitando di farsi quasi gol da soli come è accaduto a Rieti e Francavilla. a patto che non ci sia dolo come a Pagani dove si è rimasti in dieci colpevolmente.

Sta nell’avere interpreti che non sbaglino  i rigori in partite bloccate come quelle contro il Potenza o lancino il contropiede della Juve Stabia a cinque minuti dalla fine sullo 0-0 , fasi difensive che si permettono di lasciare due uomini liberi contro il Rende al 94’ o facciano falli ingenui come quelli da cui è scaturito il gol del Rieti.

Sommando, una dopo l’altra,  i punti persi si accorge che, per qualche inezia, la classifica sarebbe potuta essere molto più soddisfacente. Ed è inutile girarci attorno: alla fine sono i risultati che contano.

Ma attenzione: non è sfortuna. Se la Juve Stabia queste partite le vince sempre (almeno fino a un mese fa) e la Reggina no non può essere sempre buona o cattiva sorte, sebbene qualche gol su rimpallo o “rete fantasma” manchi all’appello rispetto a tempi più proficui di questo campionato. E non si può negare che dalla partita, al momento, ci si aspetta qualcosa in più. considerato che il vento in molte partite soffia contro.

Non sono le prestazioni a preoccupare, in questo momento, ma l’assoluta incapacità di gestire i momenti topici, di squagliarsi sul più bello e di non aver mai recuperato una partita dopo essere finiti sotto.

Casualità? Chi vuole bene alla Reggina se lo augura. Chiariti questi dubbi si potrà, eventualmente, tuffarsi in digressioni tattiche.

Inutile fare paragoni con la squadra e la guida tecnica del girone d’andata che aveva altre pressioni e il paradosso del vantaggio di giocare senza nulla da perdere e tutto da guadagnare.