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Reggina: di Cassandra, delle sceneggiate e di quelli inesperti, ma incazzosi

di Giusva Branca – Era ben evidente che qualcosa non funzionasse e, francamente, l’uscita post-gara del Presidente Praticò che si è scagliato con violenza contro la sua squadra somiglia più all’ennesima sceneggiata – ormai stucchevole visto il medesimo copione già mostrato più volte l’anno scorso, con grottesche inversioni di marcia in corso d’opera perché ‘funzionali’ all’obiettivo – che a qualcosa figlio di un ragionamento.

La Reggina non era una squadra di fenomeni prima e non è una compagine di brocchi ora.

E’ una squadra costruita con il tozzo di pane che la società ha messo a disposizione dell’area tecnica e che, anzi, è chiamata ad autosostenersi attraverso i premi di valorizzazione e i premi per il minutaggio dei giovani che il sistema garantisce.

In parole povere se io prendo il giocatore x in prestito, giovanissimo, e lo faccio giocare avrò il premio valorizzazione dalla società di provenienza e i soldini per averlo messo in campo.

Detto così il giochetto pare semplice, ma nei conti fatti a tavolino salta sempre la parte relativa all’anima, allo spirito.

Personalmente lo ho detto e ridetto dall’estate scorsa: quando il gioco si farà duro e difficile non si potrà chiedere di gettare il cuore oltre l’ostacolo a giovani calciatori la cui carriera sarà molto presto lontana dallo Stretto o ad altri, come De Francesco e Porcino, snobbati per mesi rispetto ad una loro – legittima – richiesta di prolungamento dei contratti e che a quel punto (che ora è arrivato) saranno fatalmente con la testa altrove.

Ora, senza scomodare Cassandra che aveva il dono della preveggenza e per le cose brutte che vedeva prima (e che puntualmente poi si verificavano) e che per questo era additata come nemica, qua non ci voleva la zingara a comprendere che l’equilibrio trovato era probabilmente l’unico possibile per le casse sociali ma era, al tempo stesso, rischiosissimo.

E infatti, al netto della inesperienza (soprattutto quella relativa alla gestione dei momenti negativi) della squadra più giovane del torneo, al netto degli ovvi scadimenti di forma, al netto di infortuni e squalifiche, dopo Catania è successo qualcosa.

Esattamente come l’anno scorso dopo la Juve Stabia.

I nostri sensori d’ informazione lampeggiavano già da un po’ rispetto a numerosi mal di pancia interni al gruppo dovuti a promesse non mantenute, ad accordi saltati e a tutta una serie di segnali – fortemente negativi e che la platea non conosce – che i calciatori (tutti) sono maestri a cogliere e ingigantire per crearsi degli alibi.

E Maurizi, che fesso non è, fa l’unica cosa che può fare: il mea culpa all’esterno (con relativa forte tirata d’orecchi alla squadra) e la voce grossa con la proprietà all’interno (e non è la prima volta nelle ultime settimane), forte di un suo peso specifico che va oltre quello di tecnico perchè il club sia presente con le persone e con i gesti, col portafoglio e col rispetto degli impegni, al fine di togliere alibi ai calciatori.

E chi è aduso a frequentare gli spogliatoi sa bene che la prima cosa da fare è, appunto, togliere qualunque alibi alla squadra; evidentemente la giovane società amaranto ancora non lo sa; imparerà.

Inesperti. Ma incazzosi.