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Reggina: la pace con la storia è possibile e serve per guardare avanti. Finalmente.

di Giusva Branca – “…e se qualcuno mi vuol fermare sono disposto anche a sparare, sono devoto a Capitan Uncino; ai suoi discorsi son sempre presente, ma non so bene cosa abbia in mente e non mi faccio più troppe domande…e non mi importa dove è il potere, finchè continua a darmi da bere non lo tradisco e fino all’inferno lo seguirò”, era questo, nel superbo racconto in musica di Edoardo Bennato, l’assunto dei seguaci di Capitan Uncino e in tanti continuano a pensare che tale e quale sia la logica di tutti, insistono nel credere che le critiche si facciano per partito preso o, peggio, per convenienza.

In certi casi sarà anche così, in quello di chi scrive certamente no.

Di contro rilevo che, mentre c’è chi accoglie le critiche con lo spirito che si confà a chi, in quanto dirigente, dirige, qualcun altro ci si relaziona con la prosopopea della lesa maestà.

Ma tant’è.

“…ma voglio volare anch’io, volare a modo mio, il prezzo è assai alto, ma ci riuscirò” ancora Bennato cantava e allora guardiamo avanti, chè a restare voltati sempre indietro si va a sbattere e gira la testa.

E allora le parole del giovane coordinatore amaranto Salvatore Basile aprono squarci di verità importanti e spianano il terreno preparandolo a decine di aratri sotto forma di ragionamenti, di percezioni.

Il dato di fondo, inoppugnabile, che viene fuori da quella intervista schietta, franca, a tratti ruvida, senza esclusione di colpi, realizzata con Basile è che ancora un margine importante per rinsaldare il legame tra la Reggina e la sua gente c’è.

E c’è partendo da quel filo conduttore che ha fatto la storia grande degli amaranto, quella storia della quale – come sottolineato da Basile – non si può aver timore o, peggio, senso di fastidio.

Bianchi e Amoruso, Poli e Giacchetta, Cirillo e Belardi, Raggi e Onorato, Guerra e Mariotto, Pianca e Tivelli, Merighi e Jacoboni, Camozzi e Alaimo, Bumbaca e Korostolev sono lì, a vegliare, a strizzare l’occhio a Bianchimano e compagni, senza chieder nulla, solo il rispetto, l’affetto che si conviene a chi ha onorato – e con risultati eccelsi – la maglia amaranto.

La storia non si combatte, gli stupidi lo fanno, la storia è alleata, soprattutto se è la tua e questo Basile – che è bravo – lo ha compreso subito e non lo ha fatto per opportunismo, ma proprio per espressione del suo DNA da Calabrese, da chi, da bimbo, si riconosceva nell’orgoglio di una regione intera per la Reggina che “cantando e ballando” andava a San Siro assieme al suo popolo.

Sorprendente che sia dovuto arrivare un trentaquattrenne da Crotone a mettere non dei puntini ma dei pilastri sugli i, laddove i vertici -più esperti e reggini – avevano, invece, spazzato via tutto l’alfabeto.

L’importante, però, è essere arrivati in casa amaranto a un punto di sintesi condivisa dai tifosi: la storia è là, dietro di noi a vegliare su di noi stessi, ma il futuro è di chi c’è ora, perché la storia in senso lato non è statica, è essa stessa in divenire e allora, come detto da Basile, tocca a chi veste ora la maglia amaranto scrivere le pagine nuove.

Ma la storia si abbevera, appunto, ai valori e proprio la storia li identifica facilmente come pochi, solidi e soprattutto condivisi tra squadra e pubblico.

Non è un caso che tutti coloro i quali hanno fatto la storia della Reggina, anche in epoche molto diverse, parlino la medesima lingua, identifichino Reggio e la Reggina come “casa”, come “famiglia”; il campo, nei loro racconti viene sempre dopo, come conseguenza, come logico precipitare degli eventi verso una sintesi già scritta.

E allora bene fa Basile a dire che è la squadra che deve trainare la gente che poi, a sua volta, spingerà la squadra stessa verso i traguardi più impensabili e irraggiungibili.

E sarà proprio quella spinta, questo afflato, a portare la “banda Scala” (complimenti a Basile per il riferimento storico) da una serie C1 con obiettivi modesti fino a 11 metri dalla serie A, che consentirà a Giovanni Morabito di giocare oltre 100 partite in serie A, a Bruno Cirillo di violare l’Olimpico, a Belardi di bocciare Shevchenko in casa sua, a Cozza di mettere la firma sui gol più importanti, a Simone Perrotta di alzare la Coppa del Mondo, solo per citare alcuni dei “figli del S.Agata”.

Questa squadra sta muovendo ancora solo i primi passi, ma qualcosa sta già nascendo nel rapporto con la sua gente. Un certo spirito si è già annunciato e la sintonia non solo con chi allo stadio c’è, ma anche col resto della città può trovarsi facilmente.

E se la Reggina farà pace con la sua storia la farà anche con se stessa e il futuro tornerà a tingersi di amaranto.

E a quel punto che sia stato Basile e non un Reggino a chiudere il cerchio sarà un dato ininfluente.

Amaro ma ininfluente