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Giocatori in prestito, conviene di più in Serie C? Il calcio fatto con la calcolatrice

di Pasquale De Marte – La Reggina ha quasi una squadra  intera di giocatori in prestito. In molti si chiedono come si possa andare avanti senza avere un proprio patrimonio, ma forse bisogna rendersi conto che probabilmente il calcio è cambiato.

Erano i primi anni 90 e la vecchia società cedendo Di Sole, Campolo e Tedesco riusciva a superare le ristrettezze economiche incassando circa 5 miliardi di lire alla Fiorentina, secondo le cronache.

Pensare oggi di cedere Porcino, De Francesco e Bianchimano a 2,5 milioni di euro (poco importa se sono persino meno di cinque miliardi) è utopia pura.

L’offerta del Cittadella per un attaccante di due metri di vent’anni che corre come un terzino sarebbe arrivata massimo a settantamila euro.  Probabilmente ancor meno sarebbe stato offerto per l’esterno sinistro ed il centrocampista che hanno un solo anno di contratto all’orizzonte.

Oggi, mettendo da parte le squadre che puntano a vincere il campionato e che non hanno problemi di budget, le squadre preferiscono affidarsi ogni anno a giovani in prestito da squadre di Serie A o B, mettendo da parte persino i propri prodotti del settore giovanile salvo qualche talento purissimo.

Si prenda l’esempio dei calciatori nati dopo l’1 gennaio 1995, ossia quelli che permettono di accedere alla “gara” per i contributi della Lega Pro relativi all’utilizzo dei giovani.

A stilare la classifica contribuisce il minutaggio dei giocatori di proprietà (con qualche vantaggio, non sempre così convincente, per i prodotti dello stesso settore giovanile) e quelli in prestito da squadre di categoria superiore, a patto che questi arrivino ad una condizione prevista nel regolamento.

E’ necessario infatti che “il tesseramento – secondo quanto si legge – sia a titolo di cessione o trasferimento temporaneo oneroso da società di Serie A e B, a condizione che per gli stessi sia contestualmente previsto un premio di valorizzazione, non sottoposto a condizioni di sorta, di importo pari o superiore alla sommatoria del corrispettivo della cessione o del trasferimento e dell’ammontare del compenso lordo fisso annuo loro spettante a titolo di emolumenti”.

Tradotto in parole povere: è necessario che questo calciatore proveniente da A o B costi al massimo “zero” alla società o addirittura che generi utile nella sommatoria tra il costo dell’operazione, gli emolumenti versati e il premio di valorizzazione ricevuto a fine stagione.

A questo mancato esborso o guadagno si aggiunge il fatto che questi calciatori aiutano nello scalare posizioni nella graduatoria relativa ai contributi della Lega Pro ed ottenere maggiori introiti.

Si prenda, ad esempio, il caso di Porcino della Reggina: è un ’95 (under) che alla Reggina costa “X” e che a fine stagione si libererà a zero e, anche se dovesse rinnovare, difficilmente garantirebbe cifre tali  da giustificare il “rischio” di avergli pagato lo stipendio, pur trattandosi di un grande calciatore per la categoria.

Servono minimo ventimila euro lordi per lo stipendio di un giocatore inferiore a 24 anni,  circa quattordici mila euro lordi per un calciatore fino a diciannove anni con possibilità di far sottoscrivere accordi da addestramento tecnico da diecimila euro lordi.

Prendere, invece, un ’95 o più giovane dalla Serie A o B consente di portare il rischio e la spesa a “zero” e bene che vada di ottenerne un guadagno, magari piccolo.

E ci sarebbe anche da fare una riflessione, con l’attuale sistema, sull’opportunità di investire nei settori giovanili per chi non sta né in A, né in B.

E’ un calcio fatto con la calcolatrice, ma è quello che fanno tutti in Serie C se non hanno le risorse.

Anche se il rischio è quello di dover rivoluzionare la rosa ogni anno con decine di prestiti, far perdere il senso di appartenenza ad una squadra che riceve ogni anno calciatori che sanno di doverci stare solo dieci mesi e generare un po’ di disaffezione da parte della tifoseria che fatica a riconoscere beniamini sempre nuovi.

Il calcio è davvero cambiato.