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Reggina: chiudere la gradinata est sarebbe uno schiaffo alla storia

di Giusva Branca – Il mio nome è “gradinata”. In verità all’anagrafe dal 1999 sono “tribuna est”, ma io sono e sarò per sempre “la gradinata”.

Mi è arrivata voce che la Reggina mi vuole “pensionare”. No, non ci credo, sarebbe una cosa troppo stupida, oltre che ingiusta, non ci credo.

Non ci credo perché la storia si rispetta e si racconta, si analizza e in qualche caso si rivisita anche.

Ma non si cancella. Mai.

E sui miei gradoni di storia ne è passata tanta, ma proprio tanta.

All’inizio non c’ero; era il 1932, in pieno periodo fascista, quando venne inaugurato lo stadio “Michele Bianchi”. Aveva solo una tribunetta in legno.

Nel dopoguerra vennero su i primi tre settori in muratura: la tribuna, la curva sud e, appunto, io, la gradinata.

All’inizio ero uguale e speculare alla tribuna, prima che questa fosse coperta, poi restai con la mia più peculiare caratteristica: l’anima. Sui miei gradoni sedeva la parte più popolare dei tifosi, quelli che risparmiavano per poter comprare il biglietto, quelli che non potevano permettersi la tribuna.

La gradinata del “Comunale” (così si chiamava prima che io diventassi “Tribuna Est”) era leggendaria in tutto il Sud Italia e sui miei gradoni fiorivano aneddotica ed epiteti.

“Cane malato” al calciatore amaranto scarso (ce ne erano almeno due o tre ogni anno) o “curnutu ca bandera” al guardalinee sono nati e consegnati all’immortalità proprio dai miei gradoni, quei gradoni verso i quali si rivolsero nei loro giri trionfali Oronzo Pugliese nel ’56 e Tommaso Maestrelli nel ’65, Nevio Scala nell’88 e Giuliano Zoratti nel ’95, Bruno Bolchi nel ’99 e Franco Colomba nel 2002.

Quanta storia, quanti cappellini di carta fatti coi giornali per ripararsi dal sole che – chi mi frequenta lo sa bene – al tramonto ti si pianta in mezzo agli occhi, di fronte, senza scampo. E allora le mani usate per visiera non bastavano e pochi avevano i cappellini. Eravamo più poveri, ma più veri, più belli, e allora il “cappello del muratore” andava benissimo.

E poi io, la gradinata, sono sempre stata il settore più capiente; e come dimenticare quando, nella seconda metà degli anni ’70, ospitavo il tifo organizzato, con le trombe, quelle che portavano nelle cassette di legno…paraparaparaparapà…e poi la gente, quanta gente è passata, e quanti ne ho visti crescere, invecchiare e morire sui miei gradoni, sempre allo stesso posto per decenni, eppure fino al 99 non c’erano i seggiolini, ma il posto era una sorta di diritto acquisito che nessuno si sognava di mettere in discussione.

E sui miei gradoni, anno dopo anno, la gente snocciolava il rosario della vita, ero una sorta di “puerto seguro”, di punto di riferimento stabile e immutabile nel mare delle incertezze e degli imprevisti della vita: la domenica, qualunque fossero stati avversari e categoria, i tifosi della gradinata, che negli anni si cedevano il testimone di padre in figlio, di famiglia in famiglia erano lì, e quando qualcuno mancava scattava il campanello di allarme dei vicini di posto: “Sarà successo qualcosa?”

Ho visto amicizie di acciaio nascere e svilupparsi solo sui miei gradoni, schegge di vita, ossa di anima, roba tosta.

E poi i personaggi, sotto la mia inferriata: da Matacena, “chi scarpi sciarriati chi pantaluni” al Presidente del Pisa, degli anni’80, Romeo Anconetani, osannato come un re.

E la candela Lodge che negli anni in cui tra me e il campo albergava la pista di atletica sfilava nel prepartita per motivi pubblicitari era nulla rispetto alla sfilata di “giganti e gigantissa”. E come dimenticare, negli anni ’80, la “batteria” di mortaretti stesa proprio sotto la mia inferriata o quando poche decine di ultras avversari venivano fatti appollaiare sulla scala all’ingresso?

Chè poi, prima del ’99 ero fatta pure in modo strano: dietro di me c’era una specie di piccolo terrapieno e poi un muro, il muro di delimitazione con via stadio a monte, Non era molto alto e, soprattutto, in un punto c’era un palo, il palo di “Enrienne” dal quale scavalcare era facile…e quanti ne ho visti farlo…

A metà anni ’70 il Presidente Matacena si era inventato che doveva fare costruire un muro ben più alto alle mie spalle per impedire che gli abitanti dei palazzi “scroccassero” le partite senza pagare il biglietto…

Nel ’99, quando mi ampliarono tanto, un signore cardiopatico che abitava proprio alle mie spalle fece degli esposti perché “l’urlo della gradinata” faceva vibrare i vetri e lui stava male…già, l’urlo della gradinata…

A proposito di urla non ho mai dimenticato quello dell’arbitro Nicchi di Arezzo quando, nell’89, contro il Licata, proprio sotto i miei gradoni, prese in pieno petto una bottiglia di plastica dal litro e mezzo quasi piena, la qual cosa ci costò il campo neutro contro l’Empoli e probabilmente la serie A.

Nel 2000, in diretta sulla Rai, per la prima della Nazionale a Reggio, contro il Portogallo di Rui Costa, mi tinsi di bianco con una enorme scritta “Reggio”: che emozione e che orgoglio, tutta Italia e mezza Europa vide e ammirò la gradinata dello stadio di Reggio.

No, non ci credo, non ci posso credere che vogliono chiudermi, pensionarmi. Si, capisco che risparmierebbero qualcosa, ma da certe cose il calcio non può prescindere. Non credo che per risparmiare rinuncerebbero all’ala sinistra, ad esempio.

Nono, non ci crederò mai, è una balla, una cazzata estiva dei giornalisti, la gradinata della Reggina resterà aperta, non importa quanto frequentata…lo ho appena detto a don Nino che è venuto a trovarmi in lacrime oggi pomeriggio.

E mi ha detto sottovoce: “Mi ndi futtu, sa chiurunu ieu scavallu…”