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Reggina – Zeman, autocritica mai?

di Pasquale De Marte – Andy Bangu, Carmelo Maesano, Vito Leonetti: età media 21 anni, quasi tutti alla prima stagione in Lega Pro.

Nessuno si sognerebbe di puntare il dito contro di loro, non singolarmente. Nessun allenatore forse lo farebbe, tranne uno: il loro (leggi qui le dichiarazioni).

Karel Zeman, nel calcio,  è una persona di cultura superiore alla media, uno di cui, anche per questioni di Dna e al di là del giudizio tecnico, si ha l’impressione di potersi fidare, in un mondo avaro di sentimenti, mercificato e, in taluni casi, popolato da lestofanti.

Non è nuovo, però, ad uscite che convincono poco davanti ai microfoni.  Sarebbe stato preferibile che certe cose fossero state  dette  al chiuso di uno spogliatoio, un luogo sacro in cui anche le responsabilità del singolo possono essere poste all’attenzione della squadra senza che gli echi raggiungano l’esterno.

Esporre alla gogna dei ragazzi poco più che ventenni non è lo strumento più adatto a farli crescere, anche perchè più volte si è detto di come questa squadra fatichi a giocare quando il gioco si fa duro.

Il tifoso medio non è stupido: avrebbe capito che giocare a Siracusa con Porcino a mezzo servizio e poi Maesano adattato a sinistra, senza De Francesco e avendo perso Bianchimano avrebbe complicato la vita a qualsiasi allenatore, senza necessità di addebitare colpe a calciatori che non hanno neanche la rilevanza adatta ad averne.

E, francamente, a sette giornate dalla fine le dichiarazioni dure e dirette  (accadeva, però,  già dopo la prima giornata ad agosto e senza che se ne sentisse il bisogno – leggi qui – ) possono lasciare il tempo che trovano, soprattutto se si chiede all’ambiente di restare unito e poi le saette partono direttamente dal cuore della Reggina.

Era  successo anche una settimana fa, quando l’indecorosa prestazione con la Vibonese venne giustificata, tra le altre motivazioni, con la mancata messa in pratica degli schemi palla a terra provati per tutta la settimana.

E, ad un certo punto, l’interrogativo sorge spontaneo: non sarebbe il caso che un allenatore si interrogasse sul perchè un po’ troppo spesso la squadra  non segua  i suoi dettami?

E non è passato poi neanche troppo tempo da quando il tecnico diceva di pensare ventiquattro ore al giorno alla Reggina, mentre qualcun altro (forse i giocatori?) no.

Ci si chiede, poi, come mai, pur avendo una squadra giovane e teoricamente  più facile da plasmare a propria immagine e somiglianza,  dopo oltre trenta partite oggi non si veda quasi mai l’atteggiamento che si richiede ad una squadra che si deve salvare e che viene puntualmente intimorita da avversari che alzano i toni agonistici e dialettici.

Continuare a dire che la Reggina gioca a calcio e gli altri a calci non è sembrata, ad oggi, una strategia vincente, anche perchè la musichetta della Champions appare abbastanza lontana dal Granillo.  

La squadra ha giocato bene per dieci partite e non lo dimentica nessuno. Appena, però, gli altri hanno iniziato a correre alla stessa velocità e hanno preso le contromisure non si è mai visto nulla che potesse invertire il trend negativo e far acquisire continuità ad una squadra che non ne ha mai avuto , vincendo solo cinque partite su trentuno.

E che dire dei lanci lunghi? Ha fatto quasi “storia” la conferenza stampa (guarda qui)   in cui il tecnico inviperito diceva che qualcuno se li meritava,  Era il periodo in cui la squadra fraseggiava con profitto e forse  certe dichiarazioni  se le poteva permettere, ma che dire adesso che si è costretti a giocare con la difesa a cinque e, a volte, con  con il lancio per il lungagnone in attacco? Lo stessa scelta di allenatori che, in passato, venivano accusati, per un usare un eufemismo, di essere troppo filosocietari, sebbene la gestione, la dirigenza e la matricola fossero ben diverse.

  Sia chiaro: ben vengano, purchè servano per salvarsi e dare continuità al calcio professionistico a Reggio.

E’ il momento di compattarsi, senza dare adito a pettegolezzi e lasciare spazio anche ad un po’ di autocritica, anche per la stessa stampa, fin troppo buonista per larghi tratti della stagione.

Zeman non è il peggiore allenatore che la Reggina possa avere e forse neanche il migliore, ma può portarla alla salvezza, rimanendo cosciente del fatto che se dovesse riuscirsi avrà fatto poco meno che il suo dovere.

Dovesse non farcela nessuno scriverà negli almanacchi che, come non è difficile riconoscergli,  guidava una squadra molto inesperta, largamente incompleta e con una panchina corta.

Tutti si ricorderanno che l’ha portata in Serie D e  con certi modi di fare rischia di essere il candidato numero uno al titolo di eventuale “capro espiatorio”.