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La città dei paradossi. Reggina amata da tutti, ma allo stadio chi va ?

di Pasquale Romano – “Io so cosa significa amare la Reggina”, “Da tanti anni sono sempre al fianco della mia amata squadra”, “Non mi interessa chi siano i giocatori o il presidente, io penso solo a tifare la Reggina”. Negli ultimi giorni, complici le recenti polemiche che hanno colpito il club amaranto, è uno scatenarsi di messaggi simili sui social. Irrefrenabile il botta e risposta, in una bizzarra ‘Olimpiade del tifo’, i supporters amaranto tengono quantomai a mostrare il proprio affetto. Virtuale. Facebook la piazza 2.0, il bar del terzo millennio, che è sintesi della società moderna e prova a rappresentarne una versione fedele all’originale. Missione spesso fallita: dietro a tastiere e schermi infatti, il più delle volte si cela un ‘Avatar’ poco somigliante all’esemplare in carne e ossa.

Del braccio di ferro che si consuma sul web, ognuno reclama (in alcuni casi pretende) il proprio quarto d’ora di celebrità, cosi come preannunciato da Andy Warhol alcuni decenni fa. La Reggina diventa cosi uno stendardo da esibire orgogliosi, l’orgoglio però è del tutto personale e non incatenato al club di riferimento, come dovrebbe essere.  In alcuni casi, basta un corredo fotografico che ne testimoni la frequentazione passata per ritenersi vittoriosi nei processi che si consumano sui social: “Io c’ero, quindi ho titolo per criticare“. Curioso come sfugga, con i pregi e difetti del caso, che il calcio viva irrimediabilmente di presente. Ieri e domani, non esistono. Cosi come un allenatore che a Leicester ha fatto la storia recentissima è vicino all’esonero, una società X dai freschi successi potrebbe essere contestata o un bomber ‘indimenticabile’ dimenticato e fischiato appena la casacca cambia.

I tifosi, parte integrante e vibrante del calcio, non sono esentabili da questo modo cinico e barbaro di pensare. Aver seguito la Reggina in passato quindi, magari nei gloriosi anni di serie A, non concede alcuna patente di ‘tifoso doc’ a vita. Le continue critiche, espresse comodamente dal computer di casa, sortiscono un effetto singolare. Un pò come un cantante che urla ai quattro venti, ma con il microfono spento e in una assemblea di condominio invece che nelle piazze o negli stadi. Gli stadi appunto, questi sconosciuti. “Non andrò più allo stadio sino a quando ci sarà il presidente Foti“, urlavano convinte migliaia di persone negli anni scorsi poi evaporate nel nulla. Forse ancora oggi in attesa del nuovo indirizzo del Granillo, in realtà rimasto immutato. La stessa contraddittorietà di chi ‘vuole sempre e solo il bene della Reggina’, salvo poi abbandonarsi a polemiche sterili che finiscono inevitabilmente con il danneggiarla.

Lo stupore è giustificato, se si guarda alla montagna di discussioni, critiche e presunto affetto, che partorisce il gruzzolo di tifosi che si presenta al Granillo in occasione delle gare interne. L’amarezza aumenta, se si scruta con attenzione. Probabile infatti come la gran parte dei tifosi che seguono con reale passione la Reggina, in casa e in trasferta (talvolta commuovendo come capitato dopo il clamoroso 1-6 interno con il Matera) non partecipi affatto agli inutili processi virtuali. Il sentimento provato rimane silenzioso, sincero, concreto, ed è questo a donargli oggettiva realtà. Bisognerebbe valorizzarlo e non dissolverlo, facendolo annegare tristemente nell’oceano di clic, tastiere, e voyeurismo insensato di chi abbaia alla luna.