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Una squadra di “reggini”. E chi ben comincia è…. a un quarto dell’opera

di Pasquale De Marte – La Reggina é, più o meno, a metà classifica in Lega Pro. Negli ultimi venticinque anni forse solo in due o tre occasioni, a questo punto della stagione, la squadra amaranto si é trovata cosí in basso, al di là della Serie D della passata stagione derivante da una ‘“non iscrizione”.
Eppure non se lo ricorda nessuno o quasi.
Chi ha detto, dunque, che per risvegliare il sentimento popolare servono necessariamente  vittorie consecutive o goleade a raffica?
D’altronde se si sceglie la Reggina come fede e non altre soluzioni più comode non lo si fa certo sulla base dei risultati che si vanno a conseguire.
Meglio la maglia amaranto che la Coppa dei Campion”.
Cantano più o meno così i tifosi più accesi, usando un’espressione che, andando oltre promozioni e retrocessioni, racchiude la volontà di identificarsi nella propria squadra attraverso quei valori che la Reggina di quest’anno sta interpretando come meglio non avrebbe potuto fare.
La squadra corre sempre e non si ferma mai, non tira mai indietro la gamba e, per alcuni versi, sembra che in campo vadano undici reggini sorretti da altrettanti tifosi in panchina.
Quello di Reggio é un pubblico esigente, ma non stupido e lo ha capito bene.
Si, perché gente con alle spalle una lunga e importante carriera  come Coralli e Botta  sembra che a Reggio ci giochi da una vita e non da neanche due mesi.
“Sono pronto a uccidermi per la Reggina, perché – ha detto Karel Zeman – non so se mi ricapiterà più di allenare una squadra così importante è mi aspetto lo stesso dai calciatori che sono nella mia stessa situazione” . E il figlio d’arte in panchina é uno che, fino ad ora, ha predicato bene e razzolato ancora meglio.
Non avrà le chiavi per accedere alla Zemanlandia delle partite che finiscono sempre “over”, ma non é detto che ci voglia entrare.
Un gol subito in quattro partite interne é uno dei dati he può trasformare il fardello di una pesante eredità professionale familiare in un semplice orgoglio personale. Il DNA a base di 4-3-3, però, sembra comunque essere quello giusto, anche se in maniera leggermente diversa.
E poi c’é Kosnic che, prima di diventare quasi un idolo per la tifoseria ha sostenuto che “chi vorrà battere la Reggina dovrà sputare sangue’.
Assieme ad i suoi compagni é stato di parola.
“Non c’é neanche un giocatore che venendo a Reggio ha guadagnato più di quanto avrebbe percepito altrove” ha rivelato il direttore sportivo Gabriele Martino regalando musica alle orecchie di tifosi provati da anni bui dove le porte girevoli, più che da scelte tecniche, erano determinate da difficili fattori ambientali.
É una squadra giovanissima, che ha sbagliato e sbaglierà, ma si é guadagnata l’indulgenza di un’intera tifoseria.
Lo ha fatto offrendo risposte importanti.
Lo ha fatto giocando a calcio e conquistando dieci punti in otto partite in cui sono passate di fronte diverse corazzate, persino con il rimpianto di aver ottenuto meno di quanto meritato.
Non se lo sarebbero immaginato neanche i più ottimisti.
L’obbligo é restare coi piedi per terra.
La Reggina é ancora ad un quarto dal percorso obbligatorio da compiere.
Mancano, infatti, trenta punti all’ipotetica quota  salvezza e, magari, tante emozioni da regalare ancora a tifosi che si strabuzzano gli occhi di fronte ad una squadra che, in teoria, ha l’umile obiettivo di salvarsi in “Serie C”.
L’ennesima dimostrazione che la disaffezione di poco tempo fa non era solo un problema di obiettivi, ma di strategie.
Questa squadra piace più di altre ammirate  su palcoscenici più importanti della terza serie.
Meriterebbe una cornice di pubblico più numerosa, ma l’essere un privilegio per pochi intimi (4000 spettatori non sono pochissimi in realtà) la rende forse ancor più affascinante.
Il giocattolo è davvero bello, l’obbligo è fare di tutto per non romperlo.