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Reggina, i cerchi che si chiudono. Quando il Sant’Agata conta…

di Pasquale De Marte – No, stavolta non si parla  nè di patrimonialità, nè di valorizzazione economica dei giovani.   Anche perchè sentir discutere di valori connessi al centro sportivo di Via delle Industrie faceva parte di un discorso stucchevole e portato avanti in una fase della stagione in cui pareva stonare tanto.

Stavolta si parla di calciatori. Di ragazzi che diventano uomini e da calciatori diventano tifosi.   Come quei mille che, tra curva e tribuna, al San Filippo hanno spinto la Reggina verso l’ardua impresa di rendere trionfale anche una stagione che ha regalato un misero penultimo posto in Serie B.

Sugli spalti c’erano Nino Barillà e Ciccio Cosenza, segno che passare dal S.Agata lascia più di qualche strascico.   Tra campo, panchina  e tribuna:   Belardi, Di Lorenzo, Ungaro, Cirillo, Salandria,  Viola, Kovacsik,  Maimone, Camillleri e Louzada.  Una sfilza di nomi nati o cresciuti sulla parte amaranto dello Stretto nutriti  a “pane e Reggina”.

Generazioni diverse, un unico comune denominatore: l’amaranto nel Dna.   Il calcio è fatto di irrazionalità ed ecco che quella squadra che in campo zoppicava, nella partita più importante e contro l’avversario più difficile in quanto a pressione dell’ambiente,  si trasforma da brutto anatroccolo in cigno.

Difesa impenetrabile, centrocampo brillante e attacco pungente.  E anche restare in dieci non è un problema, perchè quando si ha il giusto spirito le difficoltà fortificano.

Ancor più che tecnica la differenza più vistosa tra le due squadre è stata quella di identità.  Un manipolo di professionisti da un lato,  qualcosa di più dall’altro. Il Messina non poteva contare sullo stesso senso di appartenenza.

Perchè se, a 37-38 anni, ti prendi il rischio di retrocedere in Serie D con una carriera importante alle spalle lo fai solo per follia.  “Siamo pazzi, pazzi di Reggina”.  Sembrava una sviolinata, ma chi conosceva Belardi e Cirillo sapeva che facevano sul serio, nonostante una squadra ultima staccata già a gennaio.

Il tempo, nonostante qualche boccone amaro ingoiato, li ha ripagati.   Un’osmosi lenta che, con il contributo di Aronica e Di Michele, ha trasmesso anche agli altri cosa potesse significare accendere l’entusiasmo di una città ferita da anni di delusioni e onorare una maglia che pesa.

Perché adesso Belardi e Cirillo non sono più solo quelli del rigore parato a Schevchenko e della corsa all’Olimpico dopo lo 0-2 del 2000, sono anche quelli del terzo trionfo sul Messina.

Per le loro carriere è la chiusura di un cerchio meraviglioso, un disegno perfetto illustrato ai più giovani.  Uno schema che deve aver guardato con attenzione Ciccio Salandria, uno che a vent’anni si permette il lusso di essere il migliore in campo nel derby dello Stretto tra i più sentiti della storia.  Non una sola volta, ma due: andata e ritorno.

Come loro alla Reggina è arrivato quando aveva solo tredici anni, un’età in cui si forma la fede calcistica e si sogna.  Sogni magari di fare la carriera di Simone Perrotta, un altro partito da Reggio e arrivato sul tetto del mondo.  Un altro di quella meravigliosa ‘classe 1977, di cui fanno parte quelli che il S.Agata l’hanno visto nascere.

Un centro sportivo che rischia di fare la differenza e non solo perchè renderà più appetibile la società per i nuovi acquirenti. Celebrarlo nelle sconfitte rischia di essere fastidioso, farlo nelle vittorie le rende ancora più esaltanti.

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