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Reggina – Storia di un secolo di Domenico Romeo

Cento anni di Reggina e di Reggio, più di mille foto, interviste con i protagonisti di oggi e di ieri, racconti inediti che affiancano all’aspetto sportivo quello sociale di una terra e di una città che spesso hanno vissuto lo sport come una forma di rivalsa sociale. Sono quelli raccontati da Domenico Romeo ne “Il libro del centenario Amaranto. 1914-2014 Reggina: storia di un secolo”, pubblicato da Città del Sole Edizioni. Non un semplice libro ma una vera e propria opera enciclopedica, un ponte tra passato e futuro della città e della squadra amaranto in una continua identificazione che coinvolge il lettore dalla prima all’ultima pagina. Da quello più appassionato a quello meno attento alle cose calcistiche. Certamente, il centenario è caduto in un’annata delle più difficili ma proprio in questi momenti serve ricordare da dove e come è partita la storia amaranto, le tappe, i risultati raggiunti e l’enorme patrimonio umano e sportivo che rappresentano un’identità importantissima. Di questo e molto altro abbiamo parlato con l’autore.

 

Come nasce l’idea di questo libro?
«Nasce dalla profonda passione calcistica e dal senso di identificazione verso la maglia amaranto che rappresenta la nostra città, unendo l’amore verso la propria terra e quello verso la Reggina».

Quanto tempo hai impiegato a scriverlo?

«C’è voluto poco più di un anno e mezzo di lavoro, speso in un’attività di ricerca e analisi di tutte le fonti storiche da cui ho attinto e che ho vagliato attentamente, una per una, per garantire la massima attendibilità alle notizie riportate. È stato molto lungo soprattutto il lavoro per quanto riguarda l’archivio fotografico, con più di mille foto pubblicate. Alcune le ho raccolte io, altre mi sono state date da giocatori o loro parenti, altre ancora da tifosi e da fotografi ufficiali, regolarmente citati. È un archivio storico che comprende non solo l’aspetto calcistico ma anche quello sociale degli ultimi cento anni di storia della città. A questo si uniscono le narrazioni di oltre settanta protagonisti fra giocatori, dirigenti, allenatori, tifosi e responsabili del tifo organizzato che ricostruiscono una storia peculiare e unica, con tante vicende e aneddoti mai raccontati in precedenza. Il libro si avvale della testimonianza di giocatori della storia più recente ma anche di calciatori “storici”, che hanno vissuto anche la città e ne conservano ricordi a volte sorprendenti, come se il tempo si fosse fermato al momento in cui hanno militato nella Reggina e questo è molto bello».

Quando li hai contattati che reazioni hanno avuto?

«Gioia, sorpresa e anche meraviglia per essere stati cercati dopo molto tempo. Sensazioni che rendono evidente il grande ricordo che hanno verso Reggio, la squadra e i tifosi. È stato come se tanti avessero atteso in un angolo del loro tempo il momento propizio per poter schiudere il loro cuore e raccontare storie di vita vissuta ».

Ci racconti qualche aneddoto di queste interviste?

«Ci sono stati molti momenti toccanti anche da un punto di vista umano. Ricordo un’intervista particolare, quella relativa al portiere della prima promozione in serie B, Piero Persico, che durante la sua permanenza a Reggio ha avuto la disgrazia di perdere il proprio figlio. Citando questo fatto, è scoppiato a piangere. In quel momento mi sono bloccato e non ho inteso più proseguire l’intervista per rispetto del suo dolore, essendo padre anche io. Un altro aneddoto riguarda il figlio di Tommaso Maestrelli che ha allenato la Reggina negli anni sessanta e che ricorda Reggio con un particolare coinvolgimento emotivo. Altra intervista significativa quella con Giovanni Foschi, giocatore degli anni settanta, che mi ha detto che per lui tornare a Reggio anche solo per un giorno significa toccare il cielo con un dito. Anche giocatori del calibro di Emiliano Bonazzoli e Marco Borriello descrivono Reggio e la Reggina come una parte importante del loro cuore e un passaggio importante della loro carriera».

E tu, invece, quali sono i tre momenti della storia della Reggina che ricordi con più intensità?
«Il primo è stato quando mio padre mi ha fatto entrare allo stadio per la prima volta, nella stagione 1981-82. La scelta della copertina del libro non è casuale ma riporta proprio l’immagine dello stadio a quel tempo. Il secondo è la promozione in serie B nel 1988 della squadra allenata da Nevio Scala, il terzo momento, naturalmente, è la promozione in serie A unita all’intero periodo di conferma nella massima serie».

Ci sono stati anche tanti momenti difficili, quale ricordi per esempio?

«Be’, ricordo la sconfitta ai rigori con la Cremonese che ci costò la serie A e la retrocessione, in casa, nello spareggio contro il Verona. Più che momenti difficili, sono situazioni calcistiche vissute a volte quasi come psicodrammi da un intero contesto cittadino che però ha avuto la forza di risollevarsi e ripartire più forte di prima. Ritengo comunque che il periodo più difficile della storia della Reggina sia quello attuale, ancor più di quello vissuto nel 1986 quando la nuova dirigenza rilevò la vecchia AS Reggina. Ma anche ora, in relazione al dna della Reggina e del nostro popolo, descritto da me nelle pagine iniziali del libro che ripercorrono l’humus sociale della fondazione, sono sicuro che ne usciremo fuori più forti di prima».

Giocatori, tifosi e città. Come hanno influito queste tre componenti?

«Il calcio è stato sempre vissuto a Reggio come un manifesto sociale e come momento di rivalsa nazionale. È impossibile slegare l’aspetto sportivo da quello sociale. Anche i giocatori che sono venuti a Reggio hanno percepito questo legame vitale tra città, tifosi e squadra, evidenziato nel libro. Ricordo tra i tanti due passaggi. Il primo è riconducibile alle dichiarazioni dei giocatori degli anni settanta che dopo una gara vinta contro il Catanzaro, giocata in campo neutro a Firenze per via dei disordini per il capoluogo (era il periodo dei moti di Reggio) hanno fatto il loro ritorno a Reggio come eroi di una battaglia civile, quasi come uomini che avevano risarcito la città per il torto subito. Il secondo passaggio è desumibile dalle dichiarazioni dei giocatori dei primi anni di serie A che hanno detto di avere dato il massimo quando in determinati stadi del Nord Italia venivano additati come “intrusi” nel sistema calcio. Più di uno, nelle interviste del libro, ha detto di essersi sentito in dovere di dare il massimo per la maglia amaranto quando veniva additato come “terrone”, pur non essendo meridionale, o preso di mira come usurpatore di una categoria che secondo gli avversari non gli spettava. La Reggina è stata un movimento di rivalsa anche per questi giocatori».

A Reggio abbiamo avuto anche giocatori che poi hanno fatto carriere importanti…

«Abbiamo avuto un campione del mondo come Andrea Pirlo, gente come Nakamura, Perrotta, Borriello, Taibi. Orlandoni campione d’Europa con l’Inter di Josè Mourinho. Ce ne sono stati tanti anche in passato, come Tomasini che poi ha vinto lo scudetto con il Cagliari, Orlando che ha giocato con la Juve e tanti altri. La Reggina è stata una tappa importante per tanti giocatori di ieri e di oggi».

Anche tanti allenatori…

«Tanti i nomi che compaiono nel libro: Oronzo Pugliese, Maestrelli, Segato, Scala, Guerini, Mazzarri, Scoglio, De Canio, Colomba e Bolchi».

Scoglio fa venire in mente gli scontri epici col Messina…

«I derby dello Stretto sono elencati anno per anno alla fine del libro, a cominciare dal primo del 1928 in I divisione che finì con un pareggio 2-2, fino a quelli più recenti. I racconti sono narrati da chi ha vissuto il derby in prima persona sia da parte amaranto che da parte giallorossa»

Tra i giocatori simbolo, in un ipotetico podio, chi metteresti?

«È sempre difficile fare una classifica, si rischia di dimenticare sempre qualcuno e fare un torto a tanti altri che hanno vestito la maglia amaranto con passione e dignità. In questo momento mi vengono in mente, se devo fare dei nomi, Bercarich, del periodo degli anni quaranta che è ancora l’imbattuto goleador, quello che ha segnato più di tutti. Poi Elvy Pianca, del periodo degli anni settanta e poi Nicola Amoruso. Penso che attaccanti come lui se ne siano visti pochi in giro».

Questo libro è anche un atto di amore e di rispetto verso la gente di Reggio, i tifosi e la Reggina in tutte le sue componenti, vero?

«Verissimo. Sono molto legato a queste componenti che tu hai citato. Pensa che ho già fatto respirare anche ai miei figli l’aria dello stadio, anche se sono ancora piccolini. Mi auguro che loro continuino la tradizione di sana passione calcistica con la quale stanno crescendo, perché alla fine, se c’è un messaggio in tutto questo libro, è che lo sport è un vivaio di valori e di aggregazionismo umano e la Reggina è da cento anni una chiara espressione di questo amore e di questi valori sani, che rappresentano un connotato positivo importante per noi e per la nostra città».