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Reggina, la parte destra della classifica, la penalizzazione e i margini di errore ridotti

di Pasquale De Marte – Dopo otto giornate, per la Reggina, è probabilmente il tempo di guardare la classifica.

Un anonimo undicesimo posto più vicino al precipizio dei play out (+2) che all’altalena dei play off (-7) è il miglior strumento con cui confrontarsi per tenere saldi i piedi per terra e smettere di lanciarsi in avventati sogni di gloria, per altro minati da una certa e arcinota penalizzazione  (-5  in una tra le più rosee previsioni) che si abbatterà come una scure sul rendimento della squadra di Cozza.

I punti sarebbero potuti essere ben più di otto per la mole e la qualità del gioco espressa, ma ad oggi pesano come macigni i peccati di gioventù e la mancanza di calciatori smaliziati in rosa.

A Matera l’ennesima prova: gli amaranto dominano nel primo tempo, non trovano qualità nell’ultimo passaggio (com’è accaduto due volte a Rizzo con il Cosenza per intendersi) o la consueta giocata di Insigne.

Rischiano di capitolare per le capacità di attaccanti che, pur non avendo mai fatto sfracelli in Serie C o provenienti dalla Serie D come nel caso di Letizia, si trovano a memoria e riescono a crearsi in maniera quasi totalmente autonoma le occasioni.

Con l’ausilio del senno del poi è facile tracciare un giudizio negativo sulla scelta di passare alla difesa a tre dopo un’ora di partita, ma vista la poca concretezza di Masini e la grande prestazione di Maita a Castellammare nessuno avrebbe immaginato si potesse trattare di una scelta errata e men che meno che difendere a cinque, piuttosto che a quattro, avrebbe minato alla tenuta difensiva della squadra che, in realtà e per paradosso, ha probabilmente rischiato di più nel primo tempo pur avendo azzerato la propria pericolosità offensiva nella ripresa.

Quattro sconfitte in otto partite sono un biglietto da visita poco edificante, ma i freddi numeri non evidenziano come tre di queste siano arrivati sui campi di squadre tra le più attrezzate del campionato: Lecce, Juve Stabia e Matera e almeno in due circostanze, con maggiore attenzione e sagacia, sarebbe stato possibile portare a casa un risultato diverso dalla sconfitta.

Ma gli errori decisivi, quelli che fanno perdere punti importanti, non sono frutto della sfortuna ma di limiti concreti a cui bisognerà mettere una pezza con un percorso di crescita che dovrà essere il più rapido possibile.

Si può essere ottimisti? Forse si, perché con un po’ più di attenzione la squadra avrebbe potuto ottenere di più e per riscuotere il credito bisognerà trovare l’audacia di chi ha saputo colmare le proprie lacune.

I recuperi di Viola e Di Michele potrebbero assicurare la qualità offensiva che, Insigne escluso, la Reggina ha dimostrato di non avere nelle ultime settimane.

Aver vinto soltanto contro Paganese e Cosenza non è una consolazione, ma la conferma che la squadra abbia fatto risultato pieno soltanto con formazioni particolarmente inferiori tecnicamente.

Ma da qui alla fine del girone d’andata (undici giornate) , al netto degli impegni contro le corazzate Salernitana, Benevento e in parte Catanzaro, saranno diversi i confronti con squadre che stanno dietro agli amaranto in cui non si potrà pensare di non fare risultato.

Affrontare, però, Melfi, Ischia o Savoia con la spocchia di dire: “Noi siamo la Reggina” sarebbe il primo passo per andare incontro a brutte figure.

Prima  ci sono Lupa Roma e Vigor Lamezia, che non hanno certo un livello tecnico superiore a quello della squadra di Cozza, ma che hanno dimostrato di essere pronte. In questo campionato, infatti, conta più sbagliare meno che produrre tanto.

Lo ha capito sulle propria pelle la Reggina a cui piacerebbe abbandonare la colonna destra della classifica, divenuta amara abitudine negli ultimi anni anche se le categorie cambiano.

Farlo pesare a un manipolo di ventenni, senza responsabilità in merito, che indossano la maglia amaranto o a chi li guida non sarebbe la cosa giusta.