Home / Sport Strillit / PIANETA AMARANTO / L’ex ds Martino: ‘Reggina, ci vogliono idee ed una società moderna’

L’ex ds Martino: ‘Reggina, ci vogliono idee ed una società moderna’

di Michele Favano – Ripercorsi gli anni indimenticabili tra tante gioie e qualche delusione. Non mancano le critiche del DS alla gestione delle ultime stagioni.

Quasi diciannove anni al servizio della Reggina, caratterizzati da tantissimi successi, gratificazioni, soddisfazioni, qualche amarezza e la delusione per come si è conclusa l’ultima esperienza in amaranto. Gabriele Martino è parte integrante della storia reggina, conserva la passione di sempre e l’attaccamento ai colori, non risparmia critiche ad un società che negli ultimi anni in maniera vertiginosa è scivolata di categoria in categoria, rischiando addirittura di scomparire.
Direttore, Reggina e Barletta si trovano nuovamente a confronto dopo tantissimi anni, chi lo avrebbe mai immaginato…
Vedere il Barletta in C non è una novità, sono stato li per due stagioni, subendo l’esonero in quella passata. Una salvezza miracolosa il primo anno, la costruzione di una squadra di prospettiva quello successivo così come mi era stato richiesto. Sono ancora legato contrattualmente alla società pugliese che ha cambiato proprietà. Ne approfitto per ribadire il mio ringraziamento all’ex presidente Roberto Tatò, con il quale ho ancora un grandissimo rapporto. Non pensavo e non mi auguravo, invece, di rivedere mai la Reggina in Lega Pro, anche se, purtroppo, era prevedibile, per lo sviluppo degli ultimi anni che lasciavano intuire il tracollo sul piano tecnico e organizzativo. E’ stato un decrescere stagione dopo stagione, l’epilogo, visti i numerosi errori commessi, quasi naturale.
Diciannove anni alla Reggina, due al Barletta. Impossibile non pensare che tiferai Reggina.
Ovviamente, la Reggina è sempre non solo la mia la storia calcistica, ma la mia squadra del cuore. La Reggina è qualcosa che ti rimane sempre dentro, ho ricevuto molto dalla società e ricambiato con quei valori che hanno sempre contraddistinto il mio percorso professionale, lealtà, trasparenza, e competenza.
In quel lontano 1986, chi ti convinse ad abbandonare la tua attività per sposare definitivamente il calcio ed il mondo Reggina?
L’avvocato Pino Benedetto. Anche l’idea di creare una figura, quella del DS, con qualcuno che avesse competenze e conoscenza del territorio è stata sua, il ruolo ufficiale arrivò, però, sotto la presidenza di Foti. Fino a quel momento ricoprivo il ruolo di responsabile tecnico del settore giovanile, allora gestito dal dottor Lucio Dattola. L’avvocato Benedetto puntava alla costruzione di una società ben strutturata e moderna, quello che servirebbe alla Reggina attuale. Più di venti anni addietro, la Reggina faceva quello che oggi è il progetto dominante anche delle società più blasonate. L’inserimento di tantissimi giovani della primavera in prima squadra. Ma lo si deve fare con criterio, vanno lanciati quelli ritenuti pronti e comunque dopo un processo di crescita non solo tecnico. In mancanza di grandi disponibilità economiche si sfruttavano competenza, passione, intuizione e creatività. Abbiamo saputo cogliere a pieno quel momento storico, con tante squadre del sud in difficoltà, fino a vincere campionati importanti in tutte le categorie.
Ricordi tutti i calciatori che da sconosciuti grazie al tuo intuito sono diventati giocatori importanti?
Simone Perrotta, rappresenta la vera formazione dell’uomo prima che del calciatore. Un percorso importante nel settore giovanile, l’inserimento ed il coraggio di lanciarlo in prima squadra, la cessione alla Juventus. Oggi Perrotta, dopo una straordinaria carriera ed un campionato del mondo vinto, è Consigliere Federale. Beh poi, Aglietti, una geniale intuizione, Cozza, Possanzini, Artico, Pirlo, Baronio, Kallon, Campolo, Belardi, Poli, Mesto, Dionigi, Martino, parte della storia per la rete segnata a Torino, sicuramente ne dimentico tanti altri. Mi piace ricordare che diversi calciatori che hanno indossato la maglia della Reggina e da me voluti, oggi continuano a lavorare nel mondo del calcio. Di Perrotta ho già detto, Cozza, Dionigi, Toscano, Aglietti, Atzori allenano. Allena anche Marco Sesia proprio il Barletta, prossimo avversario della Reggina. Da calciatore meritava una carriera ancor più importante per le qualità che aveva.
I flop?
Reggi. Lo avevo seguito ed è stata la mia una errata valutazione, soprattutto per il tipo di gioco che si faceva allora.
La trattativa più complicata e quella più curiosa?
Quella più complicata Alfredo Aglietti, si era con pochi soldi e dovevamo far credere di averli. Fu difficile convincere il Pontedera, inserimmo nella trattativa l’attaccante Mollica. Poi quella di Cirillo. Pur di fronte ad una importantissima proposta economica arrivata dall’Inter, non ci fu il si immediato da parte del presidente Foti. La trattativa ebbe un secondo approccio e fu chiusa alle condizioni della Reggina che tutti ricordano.
Quella che ti ha dato le maggiori soddisfazioni
Nel rapporto qualità-prezzo devo dire ancora Aglietti. Preso il primo anno in prestito con riscatto già fissato, rispose a suon di gol. La stagione successiva ancora tantissime reti in serie B, l’anno dopo si fece una cessione importante al Napoli. Aggiungerei anche Baronio. Una stagione indimenticabile la sua, un rendimento altissimo e la convocazione in nazionale. Abbiamo venduto la compartecipazione alla Lazio con una plusvalenza stratosferica.
Hai vissuto da protagonista gli anni migliori della storia amaranto…
Assolutamente si. Sono stato uno dei protagonisti, non l’unico, tra gli altri vorrei citare anche il dottore Franco Iacopino. Risultati indimenticabili come la promozione dalla C alla B con un campionato record e due in serie A, la prima storica. Tutti insieme si era creata una struttura di livello ed un ambiente che tutti ci invidiavano.
In quegli anni tu e Foti sembravate imbattibili…
Il complimento più apprezzato, arrivò da Arrigo Sacchi, ricordo ancora quello che mi disse: “Certo che per fare questi risultati, viste le condizioni generali, siete proprio dei fenomeni”. Eravamo veramente imbattibili. Pur essendo così diversi con il presidente Foti, c’era massimo rispetto dei ruoli, l’amore identico per la società, riuscivano a coniugare il meglio delle nostre caratteristiche.
L’addio nel 2004, per scelta di chi?
Venivo da un periodo di grandissimo stress scaturito da vicende familiari. Poi i primi segnali di una diversità di vedute. Ero convinto che la Reggina dal punto di vista tecnico-organizzativo fosse molto vicina a divenire una società da contestualizzare nel massimo campionato. In quel momento significava rafforzare l’area tecnica e quella organizzativa, la conferma dei calciatori di maggiore spessore. Volevo che la Reggina diventasse anche a livello tecnologico, l’Udinese del sud. Di contro trovai una idea progettuale completamente diversa, separazione inevitabile.
Quel ritorno con un contratto quinquennale e poi l’esonero dopo nove mesi. Cosa è successo veramente?
La Reggina viveva un momento di enorme difficoltà, ultima in serie A ed a metà campionato con un percorso già compromesso. E dalla possibile retrocessione, poi avvenuta, si volevano gettare le basi per la ripartenza. Sono stato chiamato direttamente dal presidente Foti nel momento in cui stavo per dire di si ad una società di livello del nord. Mi ha proposto il contratto a lunga scadenza proprio in virtù di quell’idea di ripartire. Dopo poche giornate avvertivo sensazioni strane, stava cambiando qualcosa ed anche in maniera improvvisa. Ad oggi stento anche io a capire il motivo di quell’esonero. Da allora i rapporti si sono totalmente interrotti.
Dalla serie a alla Lega Pro, una involuzione tecnica, economica e poi…?
La Reggina ha subìto un crollo sotto tutti i punti di vista. Aggiungerei involuzione organizzativa dal punto di vista societario. La retrocessione in Lega Pro è il frutto di una successione di errori, di valutazioni sbagliate, di scelte inadeguate e continui cambiamenti. La Reggina deve tornare ad essere vincente e moderna e le soluzioni per farlo ci sarebbero…