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Una veduta di un manufatto del S.Agata

Reggina, il “Sant’Agata” da fiore all’occhiello a “quasi problema”…

“Massimo, cosa vedi qua?”. Non deve essere stato facile, per Mariotto, rispondere a questa domanda quando, agli inizi degli anni ’90, Pino Benedetto lo mise davanti alla solita discarica abusiva che faceva da cornice alle fiumare che solcano il territorio reggino.
“Eh cosa devo vedere… solo spazzatura!” fu la prima considerazione del capitano amaranto, che rimase sbigottito quando sentì la versione dell’allora presidente: “Io, invece, qui ci vedo un grande centro sportivo, una distesa di campi pieni di ragazzi. Dalla prima squadra fin giù ai bambini più piccoli”.
Nell’immediato sarebbe stato difficile dargli credito, nessuno avrebbe pensato che in futuro lì sarebbe sorta una struttura unica al Sud per quasi vent’anni, fino a quando il Catania ha deciso di seguire la strada già intrapresa con largo anticipo sulla sponda calabrese dello Stretto.
Il processo non è stato istantaneo. Dal nulla il centro sportivo è venuto fuori gradualmente. Ad esempio, le piante che ne costeggiano il viale principale ci sono voluti anni perché siano diventate così alte da coprire il torrente S.Agata che scorre al fianco.
50.000 mq, sei campi da calcio (quattro sintetici, due in erba naturale), foresteria per cinquanta ragazzi non reggini del settore giovanile, un’ampia sala mensa, sala studio, due palestre, due infermerie e spogliatoi per le nove squadre amaranto, oltre naturalmente alla sede sociale, la segreteria sportiva, gli uffici dell’amministrazione del marketing e della comunicazione, una sala congressi, una sala stampa e la biglietteria. Non tutti ambienti accessibili ad un pubblico che vede solo la punta dell’iceberg della struttura.
A qualsiasi livello e in qualsiasi campo, in Calabria, è difficile trovare una realtà che possa raggiungere gli stessi picchi di eccellenza.
E’ qui che crescono e nascono i giocatori che la Reggina avvia al professionismo e se i “Perrotta” che diventano campioni del mondo sono davvero pochi, risultano, invece, tanti quelli che riescono a fare del calcio un lavoro vero, non necessariamente ad altissimo livello. In Lega Pro la Reggina ne incontrerà tanti di questi ex e si avrà la misura anche di questo aspetto.
Ma quasi ogni cosa bella che si rispetti ha un prezzo. La società amaranto, in diciannove anni tra B ed A, si è data una struttura, anche umana, che poco ha a che spartire con le realtà della Lega Pro.
Il S.Agata, forse con l’eccezione della Cremonese, è un qualcosa che non esiste nel campionato che, ad oggi si spera, la Reggina andrà a disputare nella prossima stagione.
E’ come se una grande azienda, in un momento di grande profitto, decidesse di ampliare i propri spazi e la manodopera, riuscendo per vent’anni a poter sostenere i nuovi costi, per poi trovarsi di colpo nel baratro e con lo scarso fatturato di molto tempo prima.
Vendere i Mesto e i Missiroli a certe cifre è un’operazione assai meno complicata se li puoi valorizzare giocando in A o B, la difficoltà nell’avere plusvalenze di quel tipo la Reggina la sperimenterà già nelle prossime settimane quando proverà a monetizzare da Maicon, Bochniewicz e Coppolaro.
Ecco, perché la Juve Stabia pagherà un prezzo diverso rispetto alla Reggina per la retrocessione. Non è, dunque, solo una questione di blasone.
Difficile credere che una società di Lega Pro possa continuare a spendere oltre un milione di euro per mantenere gli attuali standard del S.Agata e le prossime settimane aiuteranno a capire   a cosa porterà un eventuale progetto di “spending review”.

Pasquale De Marte