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Cento anni fa, la Reggina… un secolo amaranto

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di Pasquale De Marte – Da secoli, probabilmente millenni, il panorama dello Stretto regala giochi di colore che aprono orizzonti che mozzano il fiato

e mostrano un impagabile cielo amaranto. Gli hanno dedicato poesie, canzoni ed era quasi un peccato che la Reggina, conoscendo varietà cromatiche che la natura ha riservato ad un angolo di paradiso al centro del Mediterraneo, dovesse vestirsi con maglie con colori anonimi come il bianco ed il nero.
Colori che dicono poco, risultano imperscrutabili e sarebbero poco identificativi vista la spietata concorrenza di chi, con ben altri mezzi, può fregiarsi di quelle tonalità.
Eppure l’11 gennaio del 1914, cento anni fa esatti, la Reggina non si chiamava ancora così e indossava proprio quei colori, prima di adottare,qualche anno dopo anche una divisa interamente corvina.
Il calcio è promozione sociale, azzeramento delle diversità di ogni tipo, comunione di interessi e unione sotto l’egida di un unico vessillo, soprattutto in territori con dinamiche complesse come Reggio Calabria.
Che non sarebbe stata una storia come tutte le altre non lo si poteva sapere, adesso lo si evince  studiando la storia del calcio a Reggio.
Nessun mecenate, nessun benefattore, ma sessantuno impiegati pubblici, il mestiere più comune da queste parti, garantirono la nascita del club che tra mille vicissitudini ha saputo essere una delle peculiarità del territorio. Ad ogni livello, sempre con dignità e mai tra i dilettanti.
Lo si guarda con la pecca di essere fin troppo prevenuti, oggi anche con distacco ma mai con disinteresse. Lo si percepisce, perché anche chi non ama il calcio, ma la sua terra, difficilmente non proverà fastidio a notare come i fasti moderni, non certo antichi, siano fin troppo lontani.
Da cento anni la Reggina è nei bar la mattina, dal barbiere, negli uffici pubblici, nelle discussioni tra nonni e nipoti apparentemente divisi dal tempo e dallo sviluppo ma uniti da quell’unico filo conduttore amaranto.
Da cento anni la Reggina è dentro la città. Lo è nel filo, stavolta doppio, che lega le due storie, dove i picchi delle due parabole combaciano incredibilmente, così come i periodi bui.
Da cento anni la Reggina è come il gelato in Via Marina, la passeggiata pomeridiana sul Corso Garibaldi, le frittole il sabato  e il panino con la salsiccia a Festa di Madonna.
Una sorta di processione laica da santificare ogni domenica, spostata al sabato per obblighi dettati dalle dinamiche del calcio moderno e dalle proprie disavventure degli ultimi anni.
Soprattutto, la Reggina, da cento anni, è in quelli che, distanti migliaia di chilometri da casa, hanno trovato nella maglia amaranto un veicolo per rinnovare il proprio senso di appartenenza a un qualcosa che resta lontano solo fisicamente.
Da cento anni la Reggina è la speranza di riempire le piazze e le vie del centro, vederle imbandite di un unico colore e sentire il suono impazzito dei clacson di chi ha voglia di urlare al mondo la propria gioia per un trionfo che, seppur piccolo rispetto ad altre grandezze, ha un valore incommensurabile perché quasi intimo, non intriso di interesse e giunto inaspettato per chi sa di nutrire un’ineluttabile passione che lo porterà più a soffrire che a gioire.
Ci hanno provato, con il pieno diritto che un aspetto frivolo come il tifo calcistico concede e il libero arbitrio che la democrazia vivaddio garantisce, a imbandire Reggio con altri colori e ci proveranno.
Colori distanti e settentrionali, che mal si sposano con quelli che la natura del luogo richiede, perché il tramonto più bello, sullo Stretto, è quello col cielo amaranto.
E dopo il tramonto si aspetta l’alba quella che si spera di vivere alla fine di questa stagione e, per una volta, si ha più di un sospetto la notte possa essere così lunga da impedire al sole di tornare a sorgere.
Da cento anni Reggio è la Reggina e la Reggina è Reggio. Cento anni sono tanti, ma non abbastanza.
Auguri Reggina!