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Salvare il soldato Lillo significa salvare la Reggina. Con Atzori.

fotilillo

di Giusva Branca – Nove punti in dieci partite contro quattro in sei.

L’eloquenza dei numeri, davanti al bivio Atzori-Castori, non ammette dubbi relativi alla direzione da intraprendere.

Deve essere passato

questo ragionamento nella testa di Lillo Foti quando, contro ogni pronostico, ha deciso di richiamare in panchina l’ex tecnico di Spezia e Sampdoria.

 

La sensazione che la Reggina, per cambiare rotta, non avrebbe scelto Mourinho o Capello era emersa quasi con immediatezza, ma troppa era la voglia di capire se davvero il problema delle potenzialità inespresse dalla squadra dipendesse dalla conduzione tecnica e aveva messo in secondo piano i dubbi, sotterrati dalla morbosa curiosità di sapere se la strada vecchia si sarebbe rivelata davvero peggiore di quella nuova.

Sono bastati cinquecentoquaranta minuti per capire che il calcio di Castori non è mai stato metabolizzato da un gruppo che, per certi versi, riusciva ad avere una migliore disposizione tattica, una minore lunghezza in campo ma che si ritrovava totalmente spoglio di idee al momento di imbastire gioco.

Di Atzori convinsero poco alcune scelte tattiche e di formazione, alcune uscite che potevano maturare in maniera ed in tempi diversi e, forse, l’eccessiva sincerità e imprudenza che l’hanno accompagnato in alcune dichiarazioni e che mal si sono sposati con una piazza che provava a ritrovare entusiasmo in un’annata dai connotati storici.

La creatura del tecnico di Collepardo era una macchina perfettibile, con tanti passaggi a vuoto e più d’una nota positiva, spazzata via dall’avvento di idee forse obsolete e riassunte dalla marcatura a uomo di Maicon su Sammarco in occasione della gara contro lo Spezia.

Era una creatura che cresceva lentamente, quella di Atzori; in maniera troppo blanda per stare dietro all’ambizione di chi, a ragione, credeva che il valore tecnico dell’organico fosse tale da stare senza troppi problemi nella colonna sinistra della classifica.

La realtà è che, oltre ad interrompere un fisiologico processo di crescita, il nuovo corso ha costretto tutti ad una revisione degli obiettivi, al punto che, col senno del poi, sarebbe stato meglio proseguire con chi forse avrebbe potuto trovare maggiore fortuna per infilare quella serie di risultati che, in un campionato di Serie B e alla lunga, fa la differenza e di questo bisogna dare atto ad Atzori stesso.

Ma c’è dell’altro e non si può far finta di non considerarlo: nelle cinquantaquattro partite trascorse da Gianluca Atzori alla guida della Reggina è sempre stata viva, vera o presunta che fosse, l’ombra di ingerenze di Giacchetta e della società nelle scelte del tecnico.

Presunzioni o realtà dei fatti mai andate giù al tecnico che, a scanso di equivoci, nel suo terzo capitolo in riva allo Stretto ha voluto mettere “i puntini sugli i” e garantirsi la massima autonomia decisionale, perché né lui, né la Reggina possono permettersi di sbagliare più.

C’è la necessità di salvare la cadetteria e forse il calcio a Reggio.

C’è il buonsenso di Simone Giacchetta che, criticabile fin che si vuole per alcune scelte (ma attenzione perché tante dinamiche del ‘dietro le quinte’ sono ignote ai più) è pronto a fare un passo indietro. “Per lui la Reggina è questione d’onore” recitava una vecchia canzone a lui dedicata e nei suoi vent’anni tinti d’amaranto, a fortune alterne e con – giustificati o meno- attacchi ai ruoli ricoperti, in campo e fuori, questo pensiero non gli hai mai fatto difetto.

C’è la voglia di Lillo Foti, un pò invecchiato, evidentemente stanco, colpevole di numerose scelte miopi negli ultimi anni (gestionali,aziendali e tecniche e quella riguardante l’allontanamento di Dionigi è solo una) ma ancora, nonostante tutto, da solo, con la medesima passione di sempre.

Certo,anche con un incrementato grado di confusione nelle scelte, ma ancora l’unico con la voglia e la caparbietà e l’ostinazione di provare correggere in corsa (anche mettendo l’orgoglio sotto i piedi) e, ormai, autonomamente, errori che, in altri tempi, non avrebbe comunque commesso.

Salvare la baracca è possibile; scrivemmo negli ultimi anni di serie A che la parabola discendente della Reggina era iniziata con le scelte stile one-man-band di Lillo Foti dai tempi di Mazzarri in poi.

Tuttavia, considerato che, ormai, il passato è passato e con esso gli errori, non sarebbe serio non considerare che in qualche anno il mondo del calcio è cambiato, il Paese intero è cambiato e ora la Reggina, secondo qualcuno la “Fotina”, fa quello che può.

Sbaglia tanto, in alcune fasi tantissimo.

Comunica male con la sua gente e lo fa in maniera schizofrenica affidandosi, con tutti i rischi del caso, alla estemporaneità del momento (leggi uscita pubblica di inizio stagione di Atzori).

Sembra inutile, ma proprio adesso, proprio nel momento in cui solo dal campo pare possano arrivare le uniche risposte in grado di alimentare speranze e da quel campo, invece, si odono ogni settimana di più le campane a morto, proprio ora è necessario guardare oltre, fare uno sforzo che coniughi contingente e prospettiva.

E per fare ciò c’è da prendere consapevolezza di una situazione che da un lato ci dice che la Reggina di Foti, strutturata in maniera “autarchica” non ce la fa più, ne con la tasca né con le idee (e di questo Lillo Foti dovrà occuparsene molto, molto presto, anche se non pare ci sia la fila fuori dal S.Agata, né tra i potenziali acquirenti della società né tra la schiera delle professionalità di questa città che vogliano mettersi in gioco), ma dall’altro ci urla che il disastro definitivo è ad un passo e da questo se ne esce solo tutti assieme.

Con una serie di giravolte senza fine compiute negli ultimi anni Foti, sconfessando molte delle sue scelte, ha, di fatto, ammesso i suoi errori. La storia gli da abbondantemente ragione e la cronaca lo condanna impietosamente. Il futuro della Reggina, ora, passa dal destino di Lillo Foti.

Salvare il soldato Lillo significa salvare la Reggina.