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Reggina: storia di una parabola prevedibile (e prevista)

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di Giusva Branca – La parabola discendente della Reggina, che pure ha scritto pagine leggendarie nella storia non solo sportiva di Reggio e della Calabria, conosce due date che fanno da spartiacque. Si tratta di date che in qualche modo hanno visto scrivere momenti

esaltanti ma che, di converso, hanno rappresentato altrettanti bivi imboccati in negativo dalla società.

Il 26 maggio del 2002, a Terni, la Reggina di Franco Colomba realizzava una mezza impresa tornando immediatamente in serie A dopo la retrocessione firmata Cossato.

Quel giorno, nella concezione del presidente Foti, il gruppo di lavoro della società, dietro le scrivanie prima ancora che in campo, è diventato non più indispensabile, sostituito nella valutazione del numero uno amaranto ogni giorno di più dalla sua figura.

Cinque anni dopo, dopo l’incredibile salvezza successiva al -11 di calciopoli, Foti ha cavalcato il successo lasciandosi annebbiare dallo stesso e vedendo sfumare i contorni delle attribuzioni dei meriti.

Walter Mazzarri, pur limitato nelle sue capacità di relazionamento,  di certo molto egocentrico quanto ai più antipatico, aveva sopperito, con grande maestria, sul piano tecnico ed organizzativo a lacune societarie evidentissime.

Anche in questo caso, come nel 2002, Foti ha pensato di essere lui il valore aggiunto, l’elemento insostituibile e di per sé bastevole alla tenuta del progetto ed allora ha rilanciato subito: nozze sempre più caratterizzate dai fichi secchi sul piano tecnico e della scelta (anche numerica) degli uomini che costituiscono l’organico di una società professionistica di calcio militante in serie A.

In buona sostanza, anno dopo anno, Foti ha pensato che non valesse a nulla l’organizzazione, nemmeno la qualità – alla fine – della gente che lo circondava, fino al punto da ritenere che pure l’organico, per due anni consecutivi allestito ad agosto in maniera scandalosa, potesse essere piegato sempre e comunque al raggiungimento dell’obiettivo per il quale garantiva lui e solo lui.

In sette anni – dal 2002, appunto, fino ad oggi – la Reggina, in nome della parola d’ordine “tagliare, tagliare, tagliare” ha smembrato l’organigramma fino ad averne uno numericamente inferiore di quasi tre quarti a quello, ad esempio, dell’Atalanta.

Ruoli-chiave per l’organizzazione societaria – vicino come lontano dal campo – sono stati lasciati in balia di decisioni ed incarichi estemporanei o, addirittura, vacanti.

In sette anni la Reggina Calcio ha cambiato tre team manager, quattro ds o persone che, senza ruolo ufficiale hanno esercitato nei fatti tale mansione, numerosi tecnici della “Primavera” e responsabili del settore giovanile, quattro responsabili della comunicazione fino ad arrivare – unica società nel panorama italiano – a non averne uno quest’anno.

Negli anni sono saltate figure che avevano contributo in maniera fondamentale quanto oscura ai più al successo mediatico e di popolo della Reggina a cavallo dei due millenni. L’area dedicata al fondamentale rapporto con i  tifosi amaranto per lo più distanti da Reggio, che fino al 2003 aveva generato e tenuto in piedi i rapporti con oltre 50 clubs, è rimasta sguarnita da quella data in poi; figure sconosciute al grande pubblico ed operative con massimo profitto per due decenni sono state allontanate nello spazio di un mattino, l’ultimo dei quali il magazziniere.

Sul piano tecnico la Reggina ha rinnegato, anno dopo anno, la strada che negli anni lei stessa aveva segnato e che l’aveva portata dalla C alla A.

Ad undici allenatori in panchina in sette anni (tenendo presente che Mazzarri ha guidato la squadra per tre stagioni),va aggiunto un numero incredibile di collaboratori dei vari staff tecnici (più di 20!) che si sono cambiati negli spogliatoi del “S.Agata” , contravvenendo, tra l’altro, ad una ferrea regola della Reggina dei tempi d’oro che voleva una parte consistente dello staff di estrazione societaria affidando al tecnico solo la possibilità di portare a Reggio un collaboratore.

Il tutto, ogni anno, risparmiando su ogni voce possibile, rinunciando a priori ad ogni possibilità di investimento sulle risorse umane preferendo spesso spendere per ingaggiare figure professionali provenienti da lontano e sulle quali, quindi, non era logicamente possibile investire sul futuro, visto che la storia calcistica insegna che in questi casi il professionista, per quanto bravo, tende – ed è umano che sia così – a crescere qui per poi spendersi altrove, magari più vicino a casa o su palcoscenici più ambiti.

Sono più di cento i calciatori che si sono avvicendati dal 2002 ad oggi con una caratteristica generale rappresentata dal continuo, inesorabile, abbassamento del tasso tecnico della squadra, salvo che nella stagione in corso.

Improvvisamente – ed i motivi non sfuggono a fronte di una retrocessione da digerire, di una piazza sempre più disamorata e di un futuro nebuloso – la Reggina ha cambiato rotta, almeno sul piano della spesa, mettendo sul piatto delle spese gestionali complessive per la stagione in corso tutti i 15 milioni a disposizione della stagione e giocandosi, così, il tutto per tutto.

Lo ha fatto accettando anche il rischio che, in caso di mancata promozione, per la prossima stagione il budget a disposizione, tutto compreso, anche la gestione del settore giovanile, del “S.Agata” e degli amministrativi ancora in organico, non superi i 5 milioni totali.

In questa scommessa al buio, però, la Reggina ha commesso – incredibile a dirsi – un errore da principianti: pensare che potessero bastare solo le “figurine” prestigiose (e costose), in campo come in panchina per fare la squadra, dimenticando, però, che questa è sempre figlia dell’ambiente, della società, del gruppo extratecnico che lavora per essa.

Improvvisamente Foti ha scoperto che accanto a sé era rimasto poco o nulla; tutti gli scudieri che per anni avevano accompagnato e gestito la crescita e le difficoltà di squadra e società non c’erano più o, peggio, come nel caso dell’ultimo Martino, non erano più in sintonia con la società medesima.

Risultato: il caos più totale, accettato fin dalla prima ora da Foti che ha continuato a fare da solo le scelte principali, ivi compresa quella di Novellino che fin dal primo giorno non è andato d’accordo con nessuno: da Martino alla squadra, da Carrara fino ad arrivare al magazziniere Mimmo Tavella.

E così, non certo improvvisamente, la Reggina è ridotta come un galeone sul quale un visitatore che salisse troverebbe un equipaggio numericamente inadeguato, spesso in contrasto l’uno con l’altro, mentre il comandante continua a pensare che debba fare e gestire tutto lui: tenere il timone e cazzare la randa, smaltare gli ottoni e gestire la cambusa, correndo da un lato all’altro di una nave sempre più inclinata.

Il tutto mentre, per tanti dell’equipaggio, il momento in cui saranno sbarcati e pronti a cercarsi un altro galeone è solo l’unico, reale, obiettivo.