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Reggina: botte piena e/o moglie ubriaca?

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di Giusva Branca – Botte piena o moglie ubriaca?

Il dilemma è antico quanto il mondo e, almeno con la medesima anzianità di servizio, qualcuno che prova a  perseguire contemporaneamente entrambi gli obiettivi è sempre esistito.

Nell’anno domini 2009, nella galassia pallonara della periferia dell’impero chiamata calcio, questo qualcuno ha le sembianze della Reggina Calcio e porta i baffi.

Fuor di metafora, la Reggina, chiamata ad un’immediata risalita in serie A – per bocca del suo presidente, stranamente avulso da contesti di prudenza ed oraziana moderazione – da un lato cerca la quadratura dell’organico di livello e categoria e dall’altro prova a fare cassa.

E però qualcosa non va, fin dalle prime battute di un calciomercato che si preannuncia difficilissimo per tutti; le valutazioni finali, con annesse promozioni e bocciature, le darà, come sempre, il campo, ma qualche paletto metodologico si può mettere già da ora.

La retrocessione in serie B, è noto, comporta lacrime e sangue. Meglio, lacrime, sangue e mano al portafoglio, almeno se l’obiettivo dichiarato è quello dell’immediato ritorno in A.

E però le idee camminano sulle gambe degli uomini e queste – ancora – si muovono alimentate dai flussi di cassa, a meno che non si decida che le lacrime e sangue debbano riguardare in primis la società.

Il famoso “doppio obiettivo” (conto economico e classifica), condivisibile in assoluto, in taluni casi, quando la piccola storia gira su sè stessa, va messo da parte. Per una volta, come una sorta di deroga.

E questo comporta anche – se necessario – la scelta di soprassedere ad alcune cessioni che servono per far cassa. Quella cassa che, per dirla chiaramente, per una volta può anche andare in rosso se negli anni precedenti, quelli delle nozze con i fichi secchi (durante e dopo l’era Mazzarri), il segno più ha sorriso quasi ad ogni fine stagione alla contabilità (perchè è così, vero??)

Quando Cossato mandò gli amaranto in serie B nel 2001, la Reggina – che però era solida al propio interno e non doveva riorganizzare un bel niente – decise di ripartire dal nucleo. Quel nucleo che, pure, avrebbe – ove ceduto – garantito un cospicuo flusso di cassa.

Partirono Taibi (che aveva in contratto da 1.800.000.000 di lire netti), Stovini e Brevi (che lo chiesero espressamente ed in modo categorico), Marazzina (che dopo i disastri extratecnici che aveva combinato non poteve restare a Reggio un minuto in più) e Zanchetta (grosso errore non trattenerlo).

Però il nucleo fu confermato. Belardi, Jiranek, Vargas, Morabito, Mamede, Mozart, Cozza, Bogdani, Dionigi, lo stesso Vicari furono tutti protagonisti assoluti della stagione successiva. Bastò aggiungere Franceschini e Savoldi ai titolari ed il gioco era fatto. La Reggina fu l’unica squadra delle quattro retrocesse l’anno precedente a centrare la promozione, il 26 maggio del 2002, perdendo a Terni.

E ora? Qui il caso è un pò diverso, ma fino ad un certo punto. Non crediamo che siano così tanti i calciatori amaranto sui quali rifondare, ma qualcuno c’è. Certo, incombe il famoso “doppio obiettivo”, ma – come detto – è tempo di deroghe.

Ed allora la sfida a Lillo Foti è questa: dimostrare con i fatti che le ambizioni sbandierate non sono sogni di una notte di mezza estate.

Trattenere Lanzaro e Santos, Barreto e Costa, Carmona e Brienza (nonostante la stagione disastrosa, alcuni suoi atteggiamenti vergognosi ed il rapporto ovviamente pessimo con la piazza) è, oggi, la vera sfida a cui è chiamata la Reggina Calcio.

Le premesse del calciomercato, rappresentate dalla vicenda-Sestu lasciano un retrogusto amaro (anche se Sestu, buon giocatore, non è comunque Bruno Conti), ma – come detto – tempo per invertire la rotta ce n’è.

Che ci sia la voglia di andare in deroga al principio del “doppio obiettivo” e ragionare, per una volta, su contabilità economiche pluriennali, anche di prospettiva se del caso è, però, tutto da dimostrare…