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Si aprono i “processi”, Foti sul banco degli imputati. Ma io non ci sto.

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di Giusva Branca –  Ai luna park – quando ancora esistevano – il gioco più ricercato, chissà perchè, era quello nel quale si cercava di impallinare l’orso. I tempi sono cambiati, i luna park sono merce rara, ma i meccanismi più o meno subliminali che sottendevano a quella passione esistono ancora.

La Reggina, dopo sette anni, è tornata in serie B e questa non è una notizia, atteso che l’epilogo della stagione era ben chiaro da mesi.

Ma, si sa, nel calcio e nello sport si scende e si sale, la cosa in sé non presenta profili di particolare gravità, soprattutto per una piazza come Reggio che, fino a dieci anni fa esatti, la serie A l’aveva vista solo in tv.

La faccenda, però, si fa seria ove si consideri l’accaduto in maniera più complessiva, più fredda, più generale.

Da strill.it non aspettatevi processi sulla stagione appena conclusa, le nostre critiche le abbiamo mosse – anche in maniera ruvida – quando i giochi si stavano facendo, man mano che lo ritenevamo opportuno.

E se la presero un po’ tutti: calciatori, protagonisti vari ed anche una parte della tifoseria col solito ritornello: “non vogliono bene alla Reggina”.

Ora, premesso che il nostro mestiere deve essere solo funzionale al rispetto del lettore, rispetto che andrebbe a farsi benedire se, facendo i tifosi e non i giornalisti, omettessimo delle verità o annacquassimo delle nostre opinioni che, per carità, rimangono tali, ma che abbiamo il dovere prima ancora che il diritto di esprimere, adesso che si è già scatenata la gara a chi impallina l’orso (Lillo Foti o la Reggina, fate voi)noi ci tiriamo fuori.

E proviamo a guardare la vicenda dall’alto, da dove la visione del particolare lascia spazio a quella totale e, quindi, non parziale.

“Quando finisce un amore”, cantava Cocciante e, si badi bene, con ogni probabilità, la retrocessione in serie B è la conseguenza di ciò e non viceversa.

Gli errori di Lillo Foti(che, comunque, ha scolpito a caratteri di fuoco la storia, non solo sportiva di questa città), nelle ultime stagioni sono stati evidenti e su di essi, anche a firma del sottoscritto, ci siamo soffermati più volte.

Ma siamo proprio sicuri che il contesto non abbia nulla da rimproverarsi?

Siamo esattamente certi che la stampa, mentre Foti pensando ogni giorno di più che il sarto fosse sempre più importante dei collaboratori e della stessa stoffa, non abbia peccato di omissioni gravi?

Siamo così sicuri che il concetto del “comunque vada ci lascerà in A anche quest’anno e, dunque, può fare ciò che vuole” che ha alimentato il pensiero di tanti tifosi non ne abbia, anno dopo anno, ucciso la passione dando, contestualmente, a Foti quell’ambiente acritico che, in tutti i campi, alla lunga, è l’anticamera degli errori?

Siamo proprio certi che calciatori, tecnici ed uomini dello staff che si sono succeduti negli ultimi anni abbiano abbracciato la causa non solo con la professionalità alla quale sono obbligati, ma anche con quella passione che, da sempre, rappresenta il marchio di fabbrica della Reggina?

Ecco, la passione; quella passione che in dieci anni ha smosso le montagne, che ha regalato la ribalta a carneadi addormentatisi rospi e risvegliatisi principi, salvo poi tornare rospi lontano da Reggio ha fatto perdere le tracce di sé sui campi del S.Agata da tempo.

Lo “stile Reggina”, fatto di amore, di focosa passione, di sacrifici fatti volentieri e col sorriso sulle labbra, di ferie non prese per anni ha lasciato – via via – il posto ad una fredda razionalizzazione delle cose che, sposata ad una “sindrome da braccino corto” tipica di Foti e che si traduce in un organigramma societario sempre più ridotto all’osso, ha portato al “compitino”.

Un “compitino” che per la Reggina non può bastare e che, se fosse stato il clichè degli ultimi 20 anni, avrebbe necessariamente lasciato la Reggina nel contesto che la storia ci dice essere a lei più congeniale: la serie C.

Ma, mentre ciò accadeva, ogni giorno di più, la città dov’era?

Una città – e questo è il dato più pericoloso – che dovrà dimostrare di essere ancora in grado di infiammarsi, come solo per la Reggina – ahinoi – riusciva a fare.

La retrocessione, di per sé, non è un dramma; se sfruttata bene potrà anche rappresentare il necessario bagno di umiltà per tornare grandi, ma in questo senso di premesse non se ne vedono.

Una ristrutturazione societaria partendo da quanto di buono c’è già (e ovviamente da Foti) è indifferibile e deve partire, urgentemente, dalle scrivanie; ad essa dovrà seguire una altrettanto imprescindibile riorganizzazione tecnica, alla quale a campionato in corso non era possibile mettere mano.

Ma tutto ciò dovrà necessariamente passare attraverso altri aspetti: la verità, senza giri di parole e senza “supercazzole” (nelle quali Lillo è specializzato), va detta subito ai tifosi. Nessuno si aspetti la squadra ammazza-campionato, molto probabilmente quanto dimostrato nella stagione 2001/2002 non è ripetibile.

Altri tempi, altro spessore – umano e tecnico – dei calciatori, altra organizzazione societaria, ma anche altra passione collettiva.

Ecco: la passione.

I tifosi non si sentano fuori dal gioco delle responsabilità.

Pochi giorni dopo la rete di Cossato vennero sottoscritte 12.400 tessere per un campionato di B che, pur nelle difficoltà ovvie, si concluse in modo esaltante col ritorno in A degli amaranto (unica squadra delle quattro retrocesse l’anno prima, le altre erano Vicenza, Napoli e Bari).

Per l’anno prossimo le previsioni assegnano una soglia di abbonati che difficilmente supererà i 3.500 (poco più di quelli che 10 anni fa seguivano la partitella del giovedi al S.Agata), il che dimostrerebbe che alla città la serie B sta pure larga.

Il resto è fatto di ponti gettati sul futuro, guardando avanti, mentre il passato serve solo per guardarlo di tanto in tanto nello specchietto retrovisore, al fine di capire qualcosa delle dinamiche da seguire in futuro.

La serie B non ci spaventa: troppa è la polvere presa ad Alcamo, troppe le pietre prese a Pagani perchè possa intimorirci.

Il guaio sarebbe se, semplicemente, non ci interessasse, perchè vorrebbe dire che non ci interessa più la Reggina ma solo la ribalta che garantisce la Juventus e non il Gallipoli, il Milan e non il Frosinone, l’Inter e non il Sassuolo, il tutto mentre a Cosenza in 20.000 celebrano e festeggiano il ritorno in prima divisione (quella che una volta si chiamava C1).

E se così fosse, paradossalmente, il tavolo del ragionamento si ribalterebbe ed allora scopriremmo che Lillo Foti, con tutti gli errori, carico della sua presunzione, cinico e pragmatico come nessuno, potrebbe clamorosamente risultare addirittura la parte migliore di un giocattolo che lui ha certamente incrinato ma che, adesso, la città intera deve decidere se incollare o pestare sotto i piedi.