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La Reggina in Serie B deve ripartire da Foti

altLa Reggina paga due anni di scelte errate e precipita in Serie B. Il conto è salatissimo. Basti pensare al crescente stato di ricchezza che si prospetta per i club medio-piccoli di A a partire dal 2010, o al crescente stato di crisi dei club di tutte le categorie professionistiche dalla B in giù, che galleggiano tra la mediocrità e lo spettro del fallimento.

Come abbia fatto questa società a passare dalla salvezza-miracolo del 2007, ad ottenere poi nei due anni successivi solo 70 punti è, purtroppo, presto spiegato. Aver annullato gli 11 punti di handicap, dopo aver “rinforzato” la squadra il 31 agosto 2006 con calciatori che fino a poche ore prima guardavano la Serie A sull’album delle figurine, e dopo aver venduto a gennaio 2007 fantasista e portiere titolare, ha evidentemente aumentato la presunzione del presidente Foti, che non si è dimostrato abile a razionalizzare quel campionato.

Si poteva e si doveva trattenere Walter Mazzarri. Bisognava anche avere la forza per confermare quasi in blocco quella squadra: la sola cessione di Bianchi, effettivamente venduto a peso d’oro, sarebbe bastata a garantire alla Reggina un futuro economicamente solido. Tra i calciatori di spessore trattenuti in Calabria, sia in questa che nella passata stagione, si è generata una classica invidia: “Hai venduto Tizio, Caio e Sempronio, adesso perchè non vendi me?”, che ha portato ad un calo di rendimento proprio da parte di quelle che dovevano rappresentare delle certezze.

Si è optato giocoforza, nell’estate 2007, per una politica di rafforzamento all’estero. Ormai in Italia erano già parecchi i dirigenti che non consentivano più alla Reggina di vendere a tanto e di comprare a poco (una politica che, negli anni precedenti, ha fatto la fortuna di questa società, sia ben chiaro). Quando ci si rivolge all’estero, e verso campionati non trasmessi dalle tv italiane, si è però costretti a fidarsi delle relazioni degli osservatori. Quando le relazioni non collimano, solitamente ci si fida dei talent-scout più esperti. Ma anche l’osservatore più attento e competente può sbagliare, per un motivo o per un altro. Forse anche per ripicca, quando gli errori sono in serie.

Ritrovarsi con uno o due stranieri, che poi si rivelano bidoni, è un conto. Quando questo numero supera le cinque unità, si può parlare di progetto tecnico in crisi. Anche in presenza di qualche straniero abbastanza dotato tecnicamente, gli stessi hanno presto rivelato un’educazione collegiale (ben diversa dal fuoco nelle vene che possiede Mozart, per intenderci) che ne ha reso oltremodo difficile l’inserimento in gruppo, e per fortuna che Barreto ha costituito eccezione. In questo contesto, i pochi giovani italiani, o già militanti in Italia, pescati in B o in C non hanno di certo trovato l’humus ideale per crescere o per esprimersi al massimo. I giovani italiani che arrivano e deludono possono però poi essere rivenduti, mentre i giovani stranieri non li conosce (e non li vuole) quasi nessuno.

Non riponendo più molta fiducia in taluni collaboratori, nell’estate 2008 Foti ha operato in campagna acquisti in base alla propria idea sui singoli calciatori trattati, dando ascolto solo a pochissime altre persone come ad esempio Jorge Vargas. Ne è venuto fuori una sorta di immobilismo: l’unico ad aver iniziato il ritiro estivo è stato Santos (assieme a Fabiano, poi andato al Celta) che era una contropartita dell’affare Mesto col Genoa; a distanza di qualche giorno si è unito il parametro zero Corradi ed è stato speso il milioncino per il bravo Carmona. Nell’ultima settimana di mercato sono stati ingaggiati, in comproprietà o in prestito, tre ottimi giovani come Sestu, Di Gennaro e Rakic che evidentemente hanno pagato il fatto di non essere arrivati per tempo, ovvero ad inizio ritiro, in modo da farsi conoscere al meglio dal nuovo allenatore. Per quanto riguarda il mercato di gennaio, le opinioni espresse sul momento sono abbastanza recenti per essere tuttora ricordate. Troppa la paura di sbagliare un investimento.

Nella primavera 2008, nonostante lo scetticismo di molti ma non di chi lo aveva già apprezzato alla guida della Primavera, mister Orlandi si era rivelato la persona giusta per tagliare il traguardo salvezza, aiutando il presidente Foti a spronare e ricompattare l’ambiente, nei limiti del possibile. Si era ritrovato a correggere errori commessi dagli allenatori che lo avevano preceduto, ovvero Ficcadenti ed Ulivieri. In questa stagione non è affatto riuscito a correggere i propri. Le continue modifiche all’assetto hanno caratterizzato la prima parte del campionato; quella fase sperimentale, alla lunga, è pesata come un macigno.

Sarebbe stato più opportuno chiedere ai calciatori di tirare fuori il carattere. L’incompletezza della squadra era frutto del calciomercato estivo, tant’è che i moduli sono stati provati tutti ma il risultato è rimasto sempre uguale. La società avrebbe dovuto spalleggiarlo diversamente in autunno, quando i contrasti nello spogliatoio erano evidenti. Pur in un clima poco incoraggiante, la squadra a dicembre era comunque attaccata al treno-salvezza, prima che le scelte di Foti perdessero di ogni logica. Allontanato l’allenatore col quale, per tre mesi, sono stati individuati i punti deboli della squadra e progettati i rinforzi del mercato di riparazione, è arrivato Pillon e con lui sono stati affrontati i medesimi discorsi. Non gli si è dato il tempo di far vedere la propria mano o di capire le esigenze dell’organico, e lo si è mandato via dopo quattro partite perchè già irritato dai mancati rinforzi oltre che in contrasto con le vedute dirigenziali.

Il reintegrato Orlandi, pur potendo fare obiettivamente poco per migliorare le sorti della squadra, è tuttavia riuscito ad arrecare non pochi danni. Più di una volta le scelte di formazione sono apparse incomprensibili, nello spogliatoio è serpeggiata la sensazione che certe decisioni fossero frutto di simpatie ed antipatie personali. La Reggina, incapace di vincere una partita per cinque lunghi mesi, è rimasta in corsa fino all’ultimo più per demeriti degli altri, dato che la sterzata (imposta dall’alto?) con l’inserimento di volti nuovi nella formazione titolare è arrivata solo a Pasqua, dopo una gara scempio come quella contro il Genoa.

Ripartire dalla Serie B non sarà affatto semplice. La Reggina dovrà fare i conti con delle difficoltà che adesso diventano veramente oggettive, come ad esempio la rosa a numero chiuso di 24 giocatori imposta in cadetteria. Parecchi giovani, validi o meno validi, rientreranno dai prestiti. Ad inizio luglio l’organico si presenterà pletorico, con la prospettiva che diversi elementi rimangano fuori dalla lista dei 24 e vengano stipendiati a vuoto fino a cessione avvenuta o eventuale reintegro a scapito però di altri compagni. Oltre a questo difficilissimo problema gestionale, ci sarà da risolvere l’annosa questione dei rapporti con una piazza che ha ampiamente tolto la fiducia alla politica perpetrata dal presidente Foti nel corso degli ultimi anni. Per non parlare della scelta di chiudersi in una torre d’avorio, dimostrando di disconoscere il significato della parola “comunicazione”.

La storia insegna che bisogna sempre migliorarsi o tendere a farlo, altrimenti l’uomo vivrebbe ancora nelle caverne. Le ambizioni del pubblico reggino sono dunque da considerarsi naturali, e sognare l’Europa dopo aver realizzato il sogno della Serie A va oltre il rischio di una Waterloo che può essere sempre dietro l’angolo, anche nel percorso di un grande condottiero. Il massimo dirigente ha invece preferito camminare sul cornicione del quartultimo posto, scivolando senza essere riuscito a togliersi soddisfazioni maggiori. Chi dice che Foti è rimasto sempre lo stesso nel corso degli anni non gli fa un complimento, e probabilmente non se ne rende nemmeno conto.

Se vuole restare alla guida della Reggina, il presidente dovrà aggiornarsi. E per lui aggiornarsi non significa mettersi al passo con i tempi. Lillo Foti dovrà riprendere ad anticipare i tempi, i periodi, ad “essere avanti” rispetto agli altri. Questa è stata la sua forza. Oggi Lillo Foti è in difficoltà perchè tanti altri dirigenti hanno copiato il suo modus agendi. Basta poco, per uno come lui. Se si elimina la presunzione e, talvolta, quella sindrome da “braccino corto” che può assalire ogni buon padre di famiglia, rimane un signor dirigente, forse uno dei migliori d’Italia in ambito sportivo. E guai a pensare che la Reggina possa fare a meno delle capacità manageriali di uno come Lillo Foti.

Paolo Ficara