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Quell’uomo in amaranto ed i responsi di febbraio

Ogni partita è una finale. O quasi. Se la Reggina priva di Barreto e Brienza prendesse come uno spareggio il match di domani col Milan, probabilmente l’intero ambiente si ritroverebbe col morale sotto i tacchi dopo un’eventuale quanto probabile sconfitta. Nessuno firma per il pareggio, sia chiaro, ma fare anche solo bella figura a San Siro darebbe uno slancio fondamentale

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E’ il primo obiettivo posto dalla squadra. Il secondo obiettivo è quello di centrare sei punti nei successivi derby con Palermo e Catania. Un trittico di partite che potrà dire se la Reggina ha realmente le possibilità di rimanere in pista fino a maggio. L’impresa rimane disperata, dato che la società non ha ottemperato a rinforzare l’organico. Serviva criticare quando era ancora possibile intervenire, e chi scrive non si è certo tirato indietro. Forse Lillo Foti è riuscito nell’impresa di autocriticarsi preventivamente, se ci si ricordano le sue frasi (“Non sono riuscito a rinforzare la squadra per come avrei voluto” a settembre 2008; “Prenderemo un difensore centrale” a gennaio 2009).

Ci si affida completamente alla squadra, per quella tenue speranza di salvezza garantita dall’aritmetica. Ci si affida agli uomini, oltre che ai professionisti. Tra questi c’è Nevio Orlandi, che da vent’anni ha indosso una tuta di colore amaranto. Martedì scorso, prima di iniziare l’allenamento, il mister si è chiuso nello spogliatoio con la squadra per un breve colloquio. Non c’era da analizzare la gara con la Roma.

Si era concluso il calciomercato da poche ore e, non avendo ricevuto rinforzi, il tecnico ha voluto guardare negli occhi gli uomini a sua disposizione per chiedere il massimo impegno da qui a maggio. Sappiamo quanto ci tenga quel 55enne uomo in amaranto, già capace di realizzare un mezzo miracolo l’anno scorso; ci auguriamo che sia riuscito, in pochi minuti, a trasmettere quella passione, quella voglia di non mollare mai, e tutti quei valori che hanno caratterizzato la storia recente della Reggina.

Per quanto riguarda i calciatori, è chiaro che nessuno ci tiene ad aggiungere una retrocessione nel proprio curriculum. Se miracolo sarà, il merito andrà totalmente a chi scende in campo e a chi li guida direttamente. Chi invece ha la responsabilità di aver lasciato la Reggina in una situazione di classifica quasi irreversibile, è già stato giudicato al di là del risultato finale. Il tempo delle critiche (utili) è finito. Ora la tifoseria ha il dovere di garantire il massimo sostegno a chi, con le unghie e con i denti, tenterà di mantenere la categoria. Domani c’è il Milan, poi contro Palermo e Catania saranno obbligatorie due vittorie: febbraio ci dirà se il coma della Reggina è reversibile.

Paolo Ficara