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Reggina: sale la tensione, ma la storia deve insegnare qualcosa.

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                        di Giusva Branca

Io c’ero.

Quando la Reggina si giocò la serie A in casa e contro una diretta concorrente, un po’ come accadrà contro l’Empoli, io c’ero.

Io c’ero, vidi tutto e, soprattutto, vissi ogni cosa.


 

Il pericolo di Reggina-Empoli è il medesimo corso il 24 giugno del 2001, contro il Verona, quello della gara senza domani.

Caricare la partita eccessivamente è un rischio grosso.

Non c’è nessun giocatore amaranto che non sia perfettamente consapevole dell’importanza capitale del match di domenica prossima ed allora spingere, alzare la posta, gettare benzina sul fuoco può essere controproducente.

Io c’ero e ricordo perfettamente la tensione che ti prende lo stomaco come un cane che serra la morsa fin dalla fine della gara di andata, a Verona.

Io c’ero in quel viaggio di ritorno, in piena notte su un charter, quando la squadra percepì immediatamente di essere ad un bivio; al bivio di un anno intero.

E da lì cominciò l’accumulo di adrenalina (ed era già mercoledi).

Io c’ero durante tre giorni di allenamenti con la squadra a dar fondo ad ogni stilla di energia fisica residua ma, soprattutto, a bruciare energie mentali.

Io c’ero quando la tensione dell’ambiente saliva ora dopo ora, quando il limite della percezione sportiva dell’evento veniva pericolosamente superato.

Io c’ero quando la domenica mattina (la partita cominciava alle 18) la giornata più lunga snocciolava – lentissimi – i minuti delle ore vuote in ritiro, a Gallico.

Io c’ero a vedere i calciatori amaranto carichi come molle e, al tempo stesso, bianchi come la carta al momento di andare, di salire sul pullman.

Io c’ero anche quando verificammo che, stranamente, il Verona era arrivato allo stadio prima di noi e l’atmosfera da corrida l’ambiente la faceva già percepire agli avversari.

Le intimidazioni alle quali, tuttavia, fecero riferimento (mentendo o quanto meno colorando molto il quadro generale) i giocatori del Verona nel pre-gara non erano atteggiamenti diversi dal clima di ostilità generale che avevamo trovato noi quattro giorni prima al “Bentegodi” o da quanto, ad esempio, avevamo vissuto in altri campi ben noti in tutta Italia. Insomma, piaccia o no, tipici del calcio, da che mondo è mondo.

Io c’ero quando nell’intervallo un calciatore del Verona chiese a Braschi di rientrare in campo scortato dalla Polizia e l’arbitro gli rise in faccia; ma c’ero anche quando, in questo clima, Camoranesi rideva dicendo che “in Sud America ne aveva viste ben di peggio”

Io c’ero quando l’adrenalina spinse la Reggina, con la forza dei nervi, ad annichilire gli avversari fino a schiantarli, salvo poi lasciare muscoli e mente svuotati, senza forza né stimoli per sferrare il colpo del ko ad un avversario che non chiedeva altro che andare a casa al più presto.

Io c’ero anche quando – nei minuti finali – la spavalderia lasciò spazio alla paura che fece rinculare la squadra follemente rinchiusa nella propria area nei minuti conclusivi.

Io c’ero negli spogliatoi a fine gara quando in molti piangevano, qualcuno spaccava bottiglie contro il muro, qualcun altro litigava con un compagno.

Io c’ero anche quando un paio di uomini del servizio d’ordine (ripeto un paio, cioè due, uno con una casacca gialla e l’altro con una casacca verde, come riportato poi dai referti ufficiali dell’Ufficio indagini) persero la testa, ed il tutto si sostanziò in un ceffone a Pastorello, in alcune manate ad un paio di calciatori gialloblù ed in qualche pugno verso la porta dello spogliatoio veronese, dove una ventina di atleti dissero poi di essere stati “assediati”, appunto, da una persona sola che voleva picchiarli tutti!

Io c’ero per vedere il Presidente Foti e l’allenatore Colomba, appena retrocessi, fare di tutto per riportare la calma, cosa accaduta senza che nessun calciatore dell’Hellas riportasse conseguenze.

Io c’ero per vedere quante sciocchezze, in campo e fuori, ti porta a fare l’adrenalina se non controllata e, dopo, sulla base di qualche sciocchezza, anche quante bugie e strumentalizzazioni queste sciocchezze possono innescare.

Io c’ero per sperare che gli amaranto e tutto il “Granillo” domenica prossima utilizzino l’unica arma pressocchè invincibile: la forza dei nervi distesi