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Calcio e poesia: Campagnolo e Saba

Goal Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non vedere l'amara luce.
Il compagno in ginocchio che lo induce
con parole e con mano, a sollevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla – unita ebbrezza – par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l'odio consuma e l'amore,
è dato sotto il cielo, di vedere.


Presso alla rete inviolata il portiere,
l'altro – è rimasto; ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasto sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch'io son parte….  (U. Saba)

   Il portiere è l’ultima barriera tra la rete inviolata e l’attacco avversario. L’estremo difensore. E l’aggettivo ha in sé un senso di assoluto e irreversibile che, da solo, basta a definire uno dei ruoli più difficili nel gioco del calcio. Su di lui si concentrano le ansie dei tifosi e, talvolta, dell’intera squadra. Visibile la plastica presa di un pallone imprendibile così come l’errore, lo scivolone. Dagli altari alla polvere e viceversa, spesso in poco tempo, a volte pure nel breve volgere di una partita, soprattutto in questi tempi impietosi, nel calcio come nella vita. Figura solitaria, alla fine. E poetica. Tanto che una delle più celebri liriche dedicate al mondo del calcio, “Goal” del triestino Umberto Saba, è ispirata proprio al portiere, agli opposti stati d’animo che lo travolgono nelle differenti situazioni di gioco. Saba conobbe il calcio per caso e, come spesso accade per le cose inaspettate, ne fu preso in maniera immediata e passionale, subito indotto a esprimersi in versi, seguendo l’urgenza delle emozioni. Era il 15 ottobre del 1933 e il poeta entrava, per la prima volta, in uno stadio per accompagnare la figlioletta a vedere la squadra della propria città; si giocava Triestina-Ambrosiana Inter, già allora una sorta di Davide contro Golia che accese la passione di Saba per uno sport, fino a quel momento, incomprensibile al suo animo. Finì pari, ma Saba scrisse: “Data la disparità delle forze in campo, fu una vittoria della Triestina”. Introverso per educazione, perseguitato dalle leggi razziali fasciste per le sue origini ebree, costretto al vagabondaggio e alla clandestinità, Saba raccontò di essersi sentito per la prima volta parte dell’umanità proprio in quello stadio, dove si consumava il rito corale per eccellenza, la partita di calcio. Un rapimento, una scoperta da mutare la sua stessa dimensione interiore. Nacquero così le “Cinque poesie per il gioco del calcio”, di cui fa parte questa dedicata al portiere. Ne fu colpito in maniera particolare, Saba, proprio per quella dimensione solitaria che seppe intuire e riportare magistralmente in versi. L’attesa, l’attenzione, la concentrazione. Il portiere gli appare come una sentinella sempre all’erta, una giovane fiera intenta a fiutare il pericolo. La poesia focalizza un unico momento, quello topico, quello della rete finalmente gonfia, e due opposti stati d’animo: da un lato un portiere che si dispera, dall’altra uno che gioisce. Proprio dalla Triestina viene Andrea Campagnolo, nato a Vicenza, classe 1978, il portiere della Reggina dei miracoli, quella che, appena l’anno scorso, vincendo sfortune e colpi bassi, mantiene la serie A partendo da meno undici. Altri tempi, quando Saba tifava Triestina: la squadra era interamente composta da ragazzi del luogo, forse qualcosa in più che giocare per una maglia seppur con grande coinvolgimento; oggi Andrea – così come tutti gli atleti professionisti dell’era moderna – veste colori differenti nel corso della carriera, ma la passione e le emozioni sono identiche. <<Il goal subito o segnato provoca sensazioni indubbiamente forti>> racconta il campione amaranto <<ma durano un attimo; comunque sia bisogna recuperare la concentrazione e tornare “in partita”. Il momento in cui sento di più l’onda emotiva è quando la gara finisce, allora può pure capitare di ritrovarsi davvero con gli occhi lucidi>>. Ha parato cinque rigori, in due anni, tutti decisivi. <<Portiere si nasce, è quasi un istinto>> spiega, schivo ma disponibile, aperto a questo “strano” colloquio. <<Un ruolo gratificante e, al tempo stesso, di grande responsabilità. Ci sono momenti in cui senti che molto dipende da te…>>. E, nella sfida tra il difensore estremo e l’attaccante avversario, i goal subiti, quasi sempre, hanno sapori diversi, mi fa notare: <<Dispiace, certo, incassare il pallone frutto di un’apprezzabile azione degli avversari, ma fa parte del gioco, dell’agonismo. Molto di più fa male, invece, subire la rete in seguito a un proprio errore, questo è più pesante per un portiere>>. E quando i compagni esultano per il goal segnato? <<Sono con loro>> dice Andrea sorridendo e sembra di sentire palpitare i versi di Saba, della festa – egli dice – anch’io son parte… E, magari, somiglia pure a quel portiere con cui ha condiviso la maglia che, insieme ai compagni, fermò Golia e conquistò Saba. Un’imprevedibile coincidenza per chi scrive e un buon auspicio per la Reggina e per gli odierni poeti del calcio, quello senza tempo, quello delle emozioni.            Maria Teresa D’Agostino