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Un calcio alla tv – prima parte

pallone

di Peppe Meduri 

Molto spesso mi fa sorridere sentire che “giocatori e allenatore resteranno in silenzio stampa”. Come fossero degli infanti impegnati in un dispetto nei confronti di quei rompiscatole dei giornalisti. Sono i momenti, peraltro non brevi, in cui i protagonisti del calcio dimenticano di essere tali soprattutto, se non esclusivamente, grazie alla stampa ed alla TV. Fino al 1999, infatti,

solo poche società potevano permettersi determinati ingaggi: tra le varie squadre c’era molto meno divario, e solo grazie ad alcuni Presidenti “facoltosi” qualche compagine poteva permettersi uno o due campioni in squadra. Poi è arrivata la pay x view, e la storia del calcio è cambiata radicalmente.Fino ai primi anni 90, la Lega Calcio cedeva quasi sistematicamente i propri diritti alla Rai, all’epoca unico interlocutore per le trattative, che aveva la possibilità di trasmettere alcune differite del campionato, gli highlights e la Coppa Italia. L’accordo permetteva alla Tv pubblica di mandare in onda tali eventi, in cambio di un corrispettivo versato alla Lega di serie A ed a quella di serie B, che tra loro avrebbero ripartito le entrate secondo il principio dell’equità. Erano gli anni in cui, ogni maledetta domenica, ci si ritrovava al bar, oppure in salotto, con la Radio sintonizzata su Radio1. Il programma del grande Alfredo Provenzali riempiva le orecchie di tutti gli sportivi. Chi può dimenticare storiche voci come quelle di Sandro Ciotti, Enrico Ameri, Everardo Dalla Noce ecc.. Erano gli anni in cui i maggiori proventi per le società di Calcio arrivavano dai botteghini, ed ovviamente neanche si immaginava quello che “lo sport più bello del modo” sarebbe riuscito a produrre di lì a poco. Il 1993 è l’anno in cui scompare la Cecoslovacchia, con una secessione pacifica che porta alla nascita di Repubblica Ceca e Slovacchia. Viene ratificato lo storico trattato di Maastricht che, di fatto, sancisce la nascita dell’Unione Europea. Per gli italiani il periodo è particolare: molti hanno ancora la mente al 15 gennaio, quando Totò Riina viene rinchiuso nelle Patrie Galere per mano dell’Arma dei Carabinieri. La Reggina è ancora nell’inferno della serie C1 ma in serie A c’è un’aria nuova, qualcosa sta cambiando: entra nel mondo del calcio la Tv a pagamento.Nell’estate del 1990 il Parlamento aveva approvato la legge Mammì, la prima legge che, almeno teoricamente, si poneva come obiettivo l’organizzazione e la sistemazione del sistema televisivo. Ovviamente non si è trattato di una geniale iniziativa del nostro Paese: la legge Mammì aveva dato attuazione ad una direttiva Cee del 1989, che chiedeva a tutti gli Stati membri di regolamentare il settore televisivo. Nel testo mancava uno specifico riferimento alle Pay Tv, ma molto presto le autorità competenti avevano individuato in una semplice “domanda di concessione” e nella detenzione di un’emittente nazionale, i requisiti per impiantarla.In Italia arriva Tele+, ed il primo pensiero dei manager della società è rivolto al modo per catturare il maggior numero possibile di abbonati. Il cinema diventa l’attrazione principale, ma dopo poco tempo si capisce che un evento sportivo può essere, per un uomo, come e meglio di uno spettacolo. Prende inizio quella che, nel calcio, qualcuno chiamerà “rivoluzione copernicana”. Nell’estate del 1993 la Lega inizia due tipi di contrattazione: una per la cessione dei diritti in chiaro, e l’altra per quelli a pagamento. La Rai si aggiudica i primi: per 3 anni, dal 1993 al 1996, la Tv pubblica si impegna a versare un corrispettivo annuale di 135 miliardi di lire. I diritti a pagamento, invece, vanno a Tele+: questa nuova e strana emittente acquista 28 gare di Serie A, che trasmetterà in diretta la domenica sera, e 32 gare di serie B, che manderà in onda in diretta il sabato sera. La cifra sborsata è di quasi 45 miliardi di lire: una somma per molti straordinaria, trattandosi di una Tv privata, alla luce del “monopolio” che fino a quel momento aveva di fatto detenuto la Rai, ed al completo disinteresse palesato in quegli anni dalla Fininvest. L’iniziativa, invece, non sfugge ai presidenti delle società calcistiche che, leccandosi i baffi e sfregandosi le mani, capiscono immediatamente di trovarsi davanti ad un qualcosa che potrebbe far fruttare clamorosamente le proprie risorse. La diffusione delle trasmissioni criptate permette lo sviluppo di nuovi contenuti, e le società decidono che è il momento migliore per cambiare le carte in tavola: negoziare individualmente la vendita dei propri diritti può fare lievitare incredibilmente le casse. Basta con la ripartizione dei proventi secondo equità: se il mio prodotto, il mio spettacolo, è migliore degli altri, e se interessa un maggior numero di persone rispetto agli altri, deve costare di più.

 E’ questo l’inizio della rivoluzione del calcio…