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Reggina, primi bilanci

Massimo Ficcadenti aveva da raccogliere un’eredità non da poco, quella di Walter Mazzarri.  Rimpiazzare il tecnico livornese sarebbe stata impresa ardua per chiunque, resa ancor più proibitiva dalle scelte fatte in sede di campagna trasferimenti da parte del presidente Foti. 
Come se non bastassero le difficoltà della pesante investitura, a mettere i bastoni fra le ruote al trainer marchigiano ci ha pensato la sorte  regalando agli amaranto un calendario iniziale che definire proibitivo sarebbe un eufemismo.
La Reggina, ricca di esordienti e stranieri, è uscita malconcia da questo primo terribile scorcio di campionato, alla luce del penultimo posto e dello zero alla voce vittorie.   Il contesto sarebbe catastrofico se non venissero messe in conto delle situazioni che hanno comunque suonato come segnali di incoraggiamento per l’intero ambiente amaranto.   Qualche vista arbitrale ha penalizzato la classifica di Cozza e  compagni, che hanno tuttavia messo in mostra grossi limiti di esperienza in talune circostanze che potranno essere colmati con l’andare del tempo.
Lo stesso allenatore è uno che la massima serie non la vedeva dagli anni in cui il manto erboso lo calcava da calciatore e le sue prime uscite in panchina non avevano del tutto convinto gli addetti ai lavori, denotando però notevoli progressi nella preparazione e nella gestione delle gare  con il passare delle giornate.
Le  censurabili uscite di Udine, Torino (contro la Juventus) sono sembrate degli episodi che Ficcadenti è riuscito a circoscrivere come difficilmente meglio avrebbe potuto fare, alla luce di un organico che di certo non è di primissimo pelo.
Molti ne avrebbero chiesto la testa, ignari del fatto che forse in giro ci sarebbe stata ben poca cosa che avrebbe potuto garantire un miglioramento alle sorti della Reggina, eppure è bastato che lo stesso tecnico abbia messo da parte un po’  la sua presunzione e il suo integralismo tattico, per far si che qualcosa sia cambiato in meglio. 
L’inserimento di Francesco Cozza, a discapito del dinamismo di Joelson o la forza di Tullberg, si è rivelata una mossa azzeccata, seppur richiesta a furor di popolo e forse incoraggiata dai vertici societari.
Il gol contro la Lazio rappresenta forse l’apice del giovamento che la squadra ha ottenuto dall’inserimento del capitano, ma l’impressione è che anche Amoruso, nonostante debba adattarsi al ruolo non suo di centravanti,  abbia trovato qualcuno che parla la sua stessa lingua calcistica.
Attribuire i progressi arrivati nelle ultime due uscite all’ingresso di Cozza sarebbe riduttivo, perché si darebbe poco risalto ai passi in avanti fatti dal centrocampo che con Barreto e Halfredsson in particolare pare aver trovato la sua dimensione giusta, aspettando che il rendimento di Cascione salga.   I movimenti sembrano essere entrati nelle corde dell’intera rosa e la continua ricerca del fondo per servire pericolosamente gli attaccanti rappresenta una nota a favore del gioco di squadra.  Se poi ci si arriva e il Vigiani di turno non azzecca un gross, è chiaro che un mix di sfortuna e carenze tecniche mette a nudo i limiti dell’orchestra di  Foti. 
Dal canto suo Ficcadenti ha scoperto un Ceravolo in grado di spostare gli equilibri a partita in corso, senza gravarlo di troppe responsabilità come avvenuto contro la Juventus e un Cherubin in grado di dare molte più garanzie come prima alternativa al reparto arretrato, di quante non ne dia uno Stadsgaard che non pare ancora all’altezza del campionato italiano. 
L’impressione è che con un terzino destro di ruolo e con un centravanti di un certo spessore la  squadra sarebbe destinata a un ben altro tipo di campionato, ma le colpe per queste mancanze non sono certo imputabili alla guida tecnica .
Si credeva che la mancanza di convinzione tangibile in incontri come quelli giocati in Friuli e in Piemonte potessero essere ricondotti a una presunta carenza di fiducia dei senatori amaranto nei confronti di un tecnico esordiente, ma l’abbraccio collettivo al gol di Amoruso al Barbera riservato al mister fuga ogni dubbio e regala la certezza che tutti remano dalla stessa parte. 
Ma se prima tutto, per molti, era da buttare, adesso, non è tutto oro quello che luccica.  E’ preoccupante che la squadra soffra terribilmente i ritmi alti e che nella prima fase dei secondi tempi vada in tilt quando viene attaccata e si dovrà lavorare affinchè queste lacune vengano colmate.
Senza dimenticare che è di vitale importanza che in una squadra in cui i valori tecnici non sono elevati, è determinante che tutti si impegnino per rimediare all’errore  del compagno e si evitino cali di concentrazione come quelli che hanno portato al pareggio del Palermo all’ultimissimo secondo del match.
Episodi come il gol da distanza siderale di Kolarov e le sviste dei direttori di gara non rappresentano eventi preventivabili, a differenza delle disattenzioni sui calci piazzati e delle sviste sulle marcature in piena area di rigore per cui si dovrà correre ai ripari prima che sia troppo tardi.
Dopo la pausa ci sarà l’Inter, un’altra partita  in cui la Reggina avrebbe poche responsabilità in termini di risultato e che se dovesse portare ossigeno in graduatoria rappresenterebbe una manna dal cielo, ma è chiaro che il campionato della Reggina a partire dall’inizio del ciclo degli scontri diretti dovrà necessariamente subire una svolta per andare a conquistare sul campo il nono anno in massima serie.

Pasquale De Marte