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Basket – Tranquillo: “Indimenticabile Viola-Milano al Botteghelle. Ginobili un fenomeno”

di Gianni Tripodi – E’ Flavio Tranquillo, uno dei massimi esponenti del giornalismo sportivo e non solo, l’ospite d’eccezione della seconda edizione dell’Altalia Practice Basket Camp di Brancaleone organizzato da coach Gianni Tripodi. Flavio Tranquillo nasce a Milano il 31 gennaio 1962. Si diploma al Liceo Ginnasio Tito Livio di Milano e frequenta la Facoltà di Economia e Commercio all’Università “Luigi Bocconi”. Negli anni del liceo e dell’Università è attivo prima come arbitro federale di pallacanestro nelle serie giovanili e minori del milanese e poi anche come allenatore. Contestualmente, comincia a collaborare con la rivista Superbasket, all’epoca diretta da Aldo Giordani. Comincia la sua carriera radiofonica nel 1983 a Radio Press Panda sostituendo temporaneamente il radiocronista delle partite dell’Olimpia Milano, il suo grande amico e collega Federico Buffa. In seguito giornalista e telecronista per Italia 1, TV Koper Capodistria, Tele+ ed attualmente per SKY. Ha scritto quattro libri tra cui: “I dieci passi”, piccolo breviario sulla legalità, assieme al giudice palermitano Mario Conte. Sposato con Maria Luisa, dal 2003 è padre di due gemelli, Francesco e Michele, ama il mare della nostra Calabria ed è proprio qui che è venuto a rilassarsi dopo aver commentato sugli schermi di Sky Sport la Nazionale Italiana al preolimpico di Torino.

Ti senti più giornalista, scrittore o telecronista?
Giornalista. Sulla carta d’identità c’è scritto giornalista (ride ndr) poi tutto quello che di nuovo si può fare mi incuriosisce e quindi lo faccio volentieri.
Sappiamo che sei legatissimo alla Calabria, i tuoi genitori hanno infatti origini calabresi.
Si, sono nato e cresciuto a Milano, ma ho sempre avuto un legame fortissimo con questa terra.
Quando si parla della Calabria si pensa soprattutto alla ‘ndrangheta, perché?
E’ un discorso serio e molto importante, mi riesce difficile farlo in poco tempo. Il fatto che si pensi direttamente alla ‘ndrangheta è obbligatorio, perché è un soggetto che ha una presenza sul territorio di un impatto tale per cui deve essere considerata una protagonista importantissima della Calabria. Ridurre però la Calabria alla sola ‘ndrangheta è assolutamente sbagliato, come lo è anche pensare che si parli solo della ‘ndrangheta per diffamarla.
Com’è nata la tua passione per il basket? Passione che è poi diventata una vera e propria “malattia”?
E’ nata per caso, un giorno ho convinto mio padre a portarmi a vedere una partita di pallacanestro, sono andato, mi è piaciuta e da lì in poi sono successe tante cose che mi hanno portato ad approfondire questo tipo di passione.
“Segna, subisce il fallo, andrà in lunetta con il tiro libero supplementare”. Sei consapevole che oltre al raccontare una partita riesci sempre ad appassionare ed emozionare chi ti ascolta?
Mi fa molto piacere quando la gente vive l’emozione del gioco e non certo la telecronaca. Io faccio un piccolo servizio che serve, spero, a godere al meglio delle emozioni del gioco perché in primo piano c’è solo e soltanto la partita.
Com’è cambiato il modo di raccontare il basket, da quando hai iniziato con le tue prime collaborazioni per Super Basket e le prime radiocronache in radio?
E’ cambiato tutto. Intanto è cambiato il livello di circolazione delle informazioni. Una volta circolavano pochissime informazioni e quindi c’era grande sete di informazione, tutti cercavano di scavare il più possibile per trovarle. Adesso invece ci sono tante informazioni e bisogna essere bravi nel cercare di mantenere lo stesso tipo di curiosità che può essere esaudita meglio rispetto ad una volta.
Parliamo della Nazionale. Il pass per le Olimpiadi è sfumato solo al fotofinish nella gara contro la Croazia. Disfatta?
Assolutamente no, le disfatte sono altre. Una sconfitta ai supplementari non è mai una disfatta anche se quella contro la Croazia è stata una netta sconfitta ai supplementari. Mettersi ad inseguire la disfatta o mettersi ad inseguire i colpevoli significa scappare dalle proprie responsabilità, mentre bisognerebbe affrontarle, cosa che questo gruppo, seppur con tanta voglia di giocare in Nazionale, non ha saputo fare. Tutto quello che c’è stato attorno non ha favorito in questi anni le prese di responsabilità.
Da Reggio Calabria è passato un giocatore che ha scritto pagine memorabili per la storia della Viola, stiamo parlando di Manu Ginobili. Parlaci di lui, chi è Ginobili?
Anche a questa domanda, così come quella sulla ‘ndrangheta, mi riesce difficile rispondere in poco tempo. Come giocatore è uno dei più misteriosi che io abbia mai visto. Un giocatore che, venendo da un contesto di buona borghesia argentina, essendo un ragazzo di grande educazione e sensibilità, ovunque lo metti riesce a creare empatia. Ha avuto la forza di conquistare un mondo che non voleva concedergli delle quote di potere o di territorio come quello NBA. Ci sono stati dei pregiudizi fortissimi nei suoi confronti e mi viene da fare un parallelismo con la prima domanda. Manu ha conquistato il territorio dell’NBA dimostrando che fare le cose giuste alla fine paga dei dividendi e che cercare delle scorciatoie così come altri fanno nella conquista e nella devastazione del territorio, non solo calabrese, potrà pagare dei dividendi solo nel breve periodo, ma non di certo nel lungo periodo.
Che ricordi hai della Viola? Di quello che ha espresso su un campo da basket, ma soprattutto quello che ha rappresentato per la città di Reggio Calabria.
Mille ricordi. Ginobili, Delfino, Sconochini e potrei andare avanti. Ricordo perfettamente una partita di stagione regolare al Botteghelle, arrivai due ore prima e rimasi da solo fuori ad aspettare che aprisse. Seguivo Milano a livello radiofonico, era l’ultima partita del grande ciclo di Milano al Botteghelle, ricordo il canestro di Giampiero Savio, gli ultimi cinque tiri che andarono fuori e sancirono così la fine dell’epoca dei vari D’Antoni, McAdoo e Meneghin. Da fuori ho sempre avuto l’impressione che rispetto ad altri posti fosse più facile fare pallacanestro a Reggio Calabria, mi è sempre piaciuto pensare che la pallacanestro potesse essere davvero un’occasione di riscatto ed orgoglio così come lo è stato a Reggio e mi auguro lo sia ancora.