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Dai gol alla panchina fino al Marca. Cosenza incredula piange il suo Re

di Valter Leone – Dici Marulla, dici Cosenza. Un legame troppo forte con quella che è diventata la sua città adottiva: arrivò da Stilo come giovane di belle speranze, il ritorno in maglia rossoblu da calciatore capace di fare sognare una intera tifoseria, l’inizio della carriera da allenatore e il Morrone di via Popilia, dove sono cresciuti tanti giovani calciatori, che è tornato a vivere grazie a lui. C’è tanto di Marulla nella Cosenza calcistica, e non solo. Se n’è andato di domenica il bomber, lui che nel giorno del calcio romantico regalava prodezze a tinte rossoblu. Una città intera lo piange, perché non c’è persona che non conosca Marulla. “Te lo ricordi Marulla” rimbomba sempre, in ogni angolo della città. Dal 26 giugno del 1991. Il gol alla Salernitana, nello spareggio di Pescara che fece di Gigi un Dio. Eppure di gol ne segnò altri. Tanti. Altri 91: scatto, dribbling, tiro. Da lì “Il Tamburino di Stilo”. E quelle elevazioni di testa. Indimenticabili.

Eppure l’inizio, da giovane calciatore, non fu dei migliori. Una storia cominciata nel 1988: un ragazzo con tanti capelli e quel bacio della mamma nel San Vito, una immagine sbiadita dal tempo ma che rappresenta un po’ il simbolo di questo ragazzo del Sud che fece innamorare i tifosi da subito. Alla terza stagione arrivò l’esplosione, in panchina c’era Vincenzo Montefusco. Marulla giocava in coppia con Costante Tivelli, il quale si mise al servizio di questo giovane talento. Una infinità di assist. Gigi segno 18 gol e vinse la classifica dei marcatori assieme a Lorenzo del Catanzaro.
Da lì il trasferimento al Genoa: tre stagioni, 100 presenze e 23 gol che fecero innamorare i tifosi del Grifone. Anche loro lo hanno voluto ricordare il bomber. Quindi il ritorno ad Avellino, società nella quale aveva giocato nella Primavera prima di essere acquistato dal Cosenza. Ed è nella città dei Bruzi che torna Gigi dopo una sola stagione in Irpinia. Siamo nel 1989: rimarrà in rossoblu fino al 1997. In mezzo lo spareggio di Pescara, la splendida cavalcata con Zaccheroni nell’anno della penalizzazione e infine Padova. Un’altra immagine scolpita nell’immaginario collettivo del popolo rossoblu: quell’intervista alla Rai, quel grande dispiacere e la maglia numero 9 che si gira e va via. Lui ci aveva provato ancora a salvare il Cosenza: una zampata da vecchio leone sui titoli di coda, prima che in pieno recupero si materializzasse unodei tarocchi più scandalosi del calcio italiano.
Dai Lupi della Sila a quelli del Pollino dove chiuse la carriera di calciatore, per volere di uno degli ultimi signori del calcio: il presidente Caligiuri.
Poi la carriera di allenatore: a Cosenza guidò la Primavera, fu anche vice allenatore con Mondonico, guidò i rossoblu in serie D, un passaggio anche da vice allenatore a Gallipoli, un piccolo miracolo sportivo alla guida della Vigor Lamezia e infine ancora Cosenza ad allenare la Berretti. Avrebbe meritato di più ma ha preferito dedicarsi ai bambini. Con la scuola calcio Marca ha fatto rivivere il Morrone, diventato a un certo punto icona del degrado dopo il crollo della tribuna alla vigilia di una partita della Primavera. Aveva messo su una struttura all’avanguardia che con il passare degli anni è diventato un punto di riferimento anche per tante famiglie.
Cosenza piange il suo Re. La camera ardente da questa sera alle ore 19 in Piazza Loreto, i funerali domani pomeriggio alle ore 17.

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