di Giusva Branca –La storia socio-sportiva dei derbies tra Catanzaro e Reggina vive come indubitabile spartiacque quello della rivolta di Reggio. Prima (e anche dopo) sul campo scende la normale rivalità sportiva di campanile, alimentata a tutt’oggi dal fatto che giallorossi ed amaranto sono le uniche realtà calabresi ad avere frequentato i campi della serie A. Al Catanzaro il merito del “primo passo sulla Luna”, nel 1971 e della leadership durata più di 30 anni, agli amaranto quella del massimo numero di stagioni disputate nella massima serie (9 contro 7).
Ma un derby non è un derby se non cela dentro di sé storie che a loro volta vivono dentro altre storie. E a queste “matrioske” di storie e di umane vicende il derby si abbevera, nei decenni, di generazione in generazione, quando il racconto si tinge di quel color seppia che ne smargina i contorni e la realtà dei fatti diventa un acquarello sbiadito che si confonde con la leggenda. E non sai più dove finisca una e inizi l’altra.
La svolta della storia, manco a dirlo, arriva durante la rivolta di Reggio: “Cha cha cha, capoluogo e serie A” canteranno alla fine della stagione 1970/71 i tifosi delle aquile giallorosse e così andò per quella che era diventata molto di più di una sfida sportiva.
L’ironia della sorte vuole che proprio mentre Reggina e Catanzaro si “accarezzano” su unsonnecchioso 0-0, proprio quel 7 giugno 1970, proprio quella domenica in Calabria – e conseguentemente sull’asse Reggio-Catanzaro – si giochi una partita assai più importante. I cittadini calabresi sono chiamati per la prima volta alle urne per eleggere il Consiglio regionale della Calabria.
I giochi per il capoluogo sono praticamente fatti ma questo lo sanno solo in pochi; l’asse politico Cosenza-Catanzaro ha, di fatto, trovato l’accordo sulla base della localizzazione della nascitura Università della Calabria a Cosenza e del Capoluogo a Catanzaro.
Tutto ciò, ovviamente, sarebbe passato attraverso la votazione, da parte dell’Assemblea, dello Statuto (sostanzialmente la Carta costituzionale calabrese), ma il rapporto di forze geografico – che conterà ben più di quello partitico – recita 29 consiglieri complessivi tra le circoscrizioni di Catanzaro e Cosenza e 11 per quella di Reggio.
Lo Statuto verrà approvato definitivamente nell’Aprile dell’anno successivo, ma quanto accadrà nei mesi che separano quella prima domenica di Giugno del 1970 dalla Primavera dell’anno successivo andrà oltre il più fervido e perverso disegno che la fantasia possa immaginare.
Reggio Calabria sta andando incontro – inconsapevolmente – a 14 mesi consecutivi di guerriglia urbana, con i carri armati in centro città, che porterà alla città danni incalcolabili che pagherà a carissimo prezzo nei decenni successivi, cinque morti, tutti i più prestigiosi inviati delle migliori testate giornalistiche del mondo su quello che sarebbe diventato un vero e proprio “fronte” .
Anche il mondo del calcio nazionale si sta per infilare in un buco il cui sbocco è in acque sconosciute, la qual cosa porterà a scelte mai compiute, nè prima e né dopo, quali il sistematico stravolgimento dei calendari, la scelta di disputare i derbies tra Reggina e Catanzaro a 1000 km di distanza dalla Calabria e la regolare disputa delle gare al “Comunale” di Reggio in un vero e proprio stato di assedio.
In piena rivolta il giorno del derby prima o poi doveva arrivare e, dopo mille balletti, rinvii, polemiche, ipotesi si decide per il campo neutro di Firenze, il 25 novembre 1970. Il percorso che ha portato a questa scelta ha del surreale, come ricorda, oltre 40 anni dopo, Cesare Gussoni, arbitro di Tradate, tra i migliori in circolazione, designato per il derby: “I miei capi” – ricorda Gussoni – “avevano deciso da tempo che toccava a me arbitrare Reggina-Catanzaro. Ero stato designato, oltre un mese prima, nella massima riservatezza, quando sembrava ancora che la partita dovesse giocarsi in riva allo Stretto. Ricordo” – sorride Gussoni – “il terrore di mia moglie che mi ripeteva ‘per amor di Dio, non ci andare’, ma, ovviamente, se la partita si fosse giocata ci sarei andato seguendo le direttive impartitemi. Poi” – prosegue Gussoni – “la gara fu rinviata e, in un primo tempo sembrava andasse recuperata una quindicina di giorni dopo al ‘S.Paolo’ di Napoli e anche per quell’occasione ero stato designato io. Infine ‘sta benedetta gara si giocò a Firenze, lontanissimo dalla Calabria”.
Tocca a Sironi, una meteora nella storia amaranto segnare l’unico gol in carriera con la Reggina e portarein riva allo Stretto la vittoria. I calciatori amaranto vengono accolti a Reggio come reduci da una guerra vincente, i calciatori vengono portati in trionfo sul corso principale a bordo di carrozzelle scoperte tra due ali immense di folla festante, la gente dai balconi lancia fiori.

Angelo Mammì

Angelo Mammì

Al ritorno stesso copione: rinvii continui e la gara, in calendario per marzo, si gioca a giugno, col Catanzaro a un passo dalla storica serie A che la Reggina prova a contrastare con tutte le sue forze e anche stavolta la squadra meno favorita dal pronostico, come all’andate, sembra avere la meglio. Fa fatica il Catanzaro a pareggiare l’iniziale vantaggio amaranto: termina 1-1 ma qual punto sarà decisivo per fare accedere i giallorossi agli spareggi di Napoli, dove toccherà a Angelo Mammì, reggino del quartiere S.Caterina, aprire le porte del Paradiso a una città intera. La città capoluogo…cha cha cha capoluogo e serie A…
Ma il destino porta Reggina e Catanzaro a incrociarsi nuovamente in maniera mai banale.
E allora è il 17 giugno del 1973, la rivolta – ormai – è lontana quasi tre anni e, con essa, il ricordo di 14 mesi di guerriglia urbana, dei carri armati, delle barricate e dei morti.
Ma quel giorno, dopo un campionato di serie A del Catanzaro e a seguito di un calendario che, in maniera evidentemente pilotata, aveva spostato all’ultima di campionato la sfida, per la prima volta il derby tra Reggina e Catanzaro torna in riva allo Stretto.
Chi aveva ideato lo spostamento della gara all’ultima di ritorno probabilmente aveva anche individuato in questa ultima domenica prima dell’estate il momento in cui il campionato avrebbe già emesso gli ultimi verdetti svuotando di contenuto, e quindi di tensioni, il derby. Invece il Catanzaro è in vacanza ma alla Reggina manca un punto per evitare la retrocessione.
La settimana che precede Reggina-Catanzaro è lunghissima, il calcio è solo la cornice, lo scenario degli eventi; in realtà in Calabria va in scena uno psicodramma infinito che coinvolge tutte le classi sociali.
Dai ‘’benpensanti’’ giungono continui e malcelati inviti ad una partita da ‘’volemose bene’’ di fine anno che salvi l’orgoglio di entrambe le parti, senza vincitori né vinti (già l’andata a Catanzaro era finita pari, 1-1) e consenta alla Calabria di mantenere entrambe le squadre in serie B.
A Catanzaro, però, i tifosi non la pensano esattamente così e farebbero carte false per spedire i “cugini” in serie C e questo pensiero viene trasferito immediatamente sulla squadra.
Comunque sia le squadre scendono in campo in un “Comunale” gremito da quasi 20.000 persone, tutte tifose amaranto e un po’ tutti sono convinti di assistere a una gara tranquilla, magari ad un noioso 0-0.
Qualcosa di strano, però, nell’aria c’è quel giorno; la partita pare strana, alcuni giocatori del Catanzaro paiono molto carichi, il nervosismo cresce.
La partita gira su sé stessa una prima volta poco oltre la metà del primo tempo.
Il tran tran di un pareggio annunciato è spezzato dal catanzarese Rizzo che ci prova da lontanissimo, oltre 35 metri, tutto spostato su un lato, sotto la gradinata, alla sinistra del portiere amaranto Jacoboni. La palla viaggia verso la porta della Reggina e, nello stupore generale, scavalca l’estremo difensore della Reggina e si insacca nel gelo dello stadio, a dispetto della temperatura estiva.
Rizzo è sorpreso, invece di esultare porta le mani ai capelli e questa immagine alimenterà per anni una certa letteratura del sospetto che, in realtà, va nella stessa direzione di ciò che era il sentire comune: il gol spezza qualcosa, turba gli equilibri. In qualche maniera combina un guaio. Un guaio che giustifica le mani nei capelli di Rizzo.
Gli equilibri vengono rimessi a posto dal gol di Tamborini che manda le squadre al riposo su un tutto sommato tranquillizzante 1-1.
La ripresa ci si aspetta che sia sonnecchiosa e che porti in porto senza danni la fine del torneo 1972/73.
Ma qualcosa di strano c’è in campo. Il Catanzaro non pare muoversi come una squadra, sembra quasi che qualcuno si accontenti del pareggio e si lasci vincere dal caldo e dal desiderio mentre qualcun altro provi a vincere fino alla fine.
Uno di questi è senza dubbio Alberto Spelta, anche lui trentenne come Rizzo, ma lombardo di Lodi.
Lui si batte come un leone e, al quarto d’ora della ripresa, trova il guizzo vincente sotto porta e riporta in vantaggio il Catanzaro.

Ora al “Comunale” c’è paura per il risultato finale e, conseguentemente, per la tenuta dell’ordine pubblico.
I diciotto minuti che intercorrono tra il sessantesimo e il settantottesimo sono surreali: la Reggina spinge in maniera forsennata, ma il pareggio, in qualche modo atteso da tutti, appare complicato.
Comunque sia al minuto 78 una furibonda mischia si scatena in area giallorossa, l’ultimo tocco è di Filippi e la respinta di un difensore del Catanzaro avviene proprio sulla linea. Dentro o fuori? Non si chiarirà mai. L’arbitro decide di risolvere lui lo strano derby e convalida la rete del 2-2 finale.
Il ricordo del catanzarese Adriano Banelli (molti anni dopo anche protagonista di una stagione in amaranto) è vivido: “Rischiavamo grosso sia noi, se avessimo vinto, che loro. Dagli occhi dei miei compagni traspariva qualcosa, glielo leggevo nello sguardo che temevano qualche rappresaglia. Sul 1-2, i due che avevano segnato, Spelta e Rizzo, temevano veramente di essere gli artefici di una tragedia. Rizzo, dopo aver segnato il secondo gol si mise le mani fra i capelli! E poi arriva il gol fantasma. Quella palla rimbalzata sulla traversa e uscita di mezzo metro fuori dalla porta. All’arbitro non pareva vero, sembrava quasi aspettasse un’occasione simile per tornare sano e salvo a casa. Assegna il gol. Un gol palesemente inesistente. E qui è avvenuto il surreale: nessuno ha protestato. Di Carlo, qualcuno di noi, ha accennato ad un moto di protesta, ma gli altri sembravano sollevati. Era gol, era il pareggio ed eravamo tutti salvi”.
La Reggina è salva, l’ordine pubblico anche…la rivolta finisce anche sul terreno erboso.