La Reggina, sul finire degli anni ’90, cambiò indiscutibilmente dimensione. Da società quasi sconosciuta ai più, la sua presenza stabile in Serie A per un decennio ha lasciato una striscia che ancora oggi fa sentire i suoi effetti.

Quello che, però, più di ogni altra cosa fece capire quante le cose fossero cambiate, si vide con l’arrivo di Shunsuke Nakamura.

Il fantasista nipponico, acquistato nel 2002 con un blitz da Lillo Foti in Giappone, aprì un triennio in cui Reggio Calabra venne quasi invasa da decine di giapponesi (tra fotografi e giornalisti) che lo seguivano passo passo, ma anche da qualche turista che la domenica si sedeva sui gradoni del Granillo.

Un tour in Giappone in cui la Reggina riempiva stabilmente stadi da 70.000 persone con altrettante persone con addosso la maglia di Nakamura rappresentò forse il momento più alto dell’esposizione mediatica del club amaranto.

Nakamura non era però un fenomeno di costume, ma era anche e soprattutto un buon giocatore.  Per tre anni deliziò le platee del Granillo e non solo, prima di essere ceduto al Celtic Glasgow forse, colpevolmente, senza troppi rimpianti da una parte di una piazza che iniziava ad ‘abituarsi’ (nel senso peggiore del termine) alla Serie A.

Il Celtic, l’Espanyol, la Champions e la Liga prima di un ritorno in patria che sembrava definire il suo viale del tramonto.

Nakamura, però, di tramonto non ne vuol sentire parlare

Pur avendo partecipato a diversi show televisivi (in Giappone è una specie di icona), non ha mai smesso di giocare ad alto livello.

Dopo i sette anni allo Yokohama Marinos (squadra da cui la Reggina lo aveva prelevato), nel 2016 è andato al Jubilio Iwata.
Adesso, però, non vuole sapere di smettere.

A 41 anni (appena compiuti) ha appena sposato la causa dello Yokohama Fc, seconda divisione nipponica.

Il numero sulle spalle non è più il 10, ma il 46.

Due cifre, probabilmente, non casuali, se si considera che sulla maglia lo sponsor principale è Yamaha.
Ogni riferimento a Valentino Rossi non è probabilmente casuale.