di Pasquale De Marte – Il Sant’Agata per chi ha l’amaranto dentro è un pezzo di cuore. L’idea che lì dentro abbiano mosso i primi passi da calciatori elementi del calibro di Perrotta e Cozza significa chiaramente quello sarebbe un suolo da consacrare alla religione del calcio.

C’è però un aspetto sentimentale ed uno pratico. Il centro sportivo è finito al centro di un bando che prevede un costo da circa quattrocentomila euro per le prossime due stagioni e 105.000 euro più iva per gli anni a venire.

E’ vero che nel primo pacchetto c’è anche il marchio che ha fatto il giro del mondo in Serie A, ma  è altrettanto innegabile che, almeno in teoria, il  vero logo storico è quello dell’As Reggina, spinto nel dimenticatoio dalle ubriacature degli anni d’oro della Serie A quando nessuno o in pochi si preoccupavano del fatto che nessuno fosse andato a riprenderlo in tribunale o che, per qualche tempo, fossero apparsi dei preoccupanti ed evidenti riferimenti al 1986 persino nelle grafiche di Sky.

Le attuali condizioni economiche per avere il Sant’Agata appaiono proibitive per una Reggina che , attualmente, si sforza di contenere le spese.

A capo del settore giovanile sarà chiamato Emanuele Belardi e nessuno meglio di lui sa cosa significhi allenarsi in quella struttura.  Bisogna però fare i conti con le proprie tasche e mettere in conto che, per una società di Serie C, spendere quelle cifre potrebbe essere un salto nel vuoto.

Inutile girarci attorno: piaccia o no la Reggina non sembra avere attualmente lo spessore per farsene carico come, almeno a bocce ferme, non lo ha per andare a costruire una squadra per vincere il campionato.

Così come, fino ad oggi, non ci sono state le condizioni per andare a prendere i migliori prospetti tra Calabria e Sicilia da far crescere al Sant’Agata che, fino a quando si resterà in Serie C, preferiranno andare ad accasarsi, come sta succedendo, al Sassuolo, al Genoa, al Parma.  Basti pensare ai tantissimi calabresi presenti nel settore giovanile nero verde.  Bisogna accontentarsi di quelli che, almeno inizialmente, promettono meno di altri e che, magari nel tempo, possono sviluppare qualcosa che gli osservatori delle grandi non avevano notato tra le loro potenzialità.   O di altri che fanno la scelta di vita di restare vicino casa.

Sempre, piaccia o no, dal punto di vista economico è più conveniente prendere il Cucchietti di turno che produce quasi cinquantamila euro senza avere speso un solo euro nella formazione che crescere un portiere che arriva da Eboli (come Belardi, tanto per citare un esempio) a dodici anni e poi cederlo per duecentomila euro sei-sette anni dopo, con il rischio che non diventi neanche così forte.    D’altra parte il calcio è cambiato e non accadrà mai più che la Fiorentina di turno arrivi con cinque miliardi per pagare Campolo, Di Sole e Tedesco. 

Il primo a sottolineare questo dato, tra l’altro, fu Lillo Foti che proprio in questo cortocircuito economico rintracciò la crisi della sua Reggina degli ultimi anni dopo la più gloriosa tra tutte le epoche amaranto.

E d’altra parte se  da anni quasi nessuna squadra di Serie C, big comprese,  riesce a produrre un calciatore d’alto livello per la terza serie dal proprio settore giovanile un motivo deve esserci.    Gli esempi, in tal senso, la Reggina li ha già in casa:  Porcino, De Francesco, Bianchimano e Marino.  Pur essendo  stati beni della nuova società sono tutti prodotti di settori giovanili di squadre come Milan, Lazio  e Reggina e Catania ai tempi di A e B.

Lo stesso Magnani, venduto dal Siracusa al Perugia per cinquecentomila euro, era finito in D dopo che comunque lo aveva preso il Padova ai tempi della serie cadetta.

Tanto, però,  per citare una squadra  che lavora meglio degli altri con i giovani si può  parlare del  Catanzaro dove a capo del settore giovanile c’è il reggino Carmelo Moro: negli ultimi anni si è riusciti ad incassare, secondo quanto si legge, 150.000 euro per il ’99 Imperiale (grazie al bonus derivante dalla promozione in A dei toscani) e una cifra analoga per Celia,  passato al Sassuolo qualche anno fa.   Non esattamente miliardi e comunque non dipendenti da strutture che il Catanzaro non ha.

Non va dimenticato che il S.Agata è un’area che necessita di seri interventi di ristrutturazione in molte zone ed ha elevatissimi costi di manutenzione.

Le cifre scelte per il bando non convincono, ma potrebbero scendere qualora non dovesse palesarsi nessun interessamento concreto.  Impossibile, ad esempio, pensare che possa interessarsene la Figc, alla luce del fatto che il centro federale è già stato costruito a Catanzaro.

In Serie C squadre facoltose come la Reggiana per usufruire del Centro Sociale Tricolore, di proprietà della curia, paga quattordicimila euro annui, facendosi carico della manutenzione. E il centro sportivo in questione non è certo il S.Agata né in senso positivo (leggasi potenzialità della struttura), né in negativo (leggasi costi di gestione).   E la società granata riesce ugualmente a portare avanti il settore giovanile.

Facendo due conti nella discrepanza tra le spesa delle due squadre alla voce campi d’allenamento vale più o meno quanto tre calciatori di alto livello per la categoria.

Chi, invece, avrebbe ben altra disponibilità economica è il Catania. Il Centro Sportivo Torre del Grifo, allo stesso modo, non è certo il S.Agata.

E stavolta il riferimento riguarda una struttura che può essere vissuta 365 giorni all’anno e 24 h al giorno, dotata di strutture ricettive, palestre aperte al pubblico e altri locali “monetizzabili”, senza limitazioni derivanti da una fiumara e un aeroporto adiacente.

La struttura di proprietà del Catania, nonostante si tratti potenzialmente di un bene per gli etnei, negli ultimi anni è la voce che dà più fastidio a bilancio, a causa  di un mutuo che pende sulle casse societarie tarato su un club che, ai tempi, viaggiava tra A e B.

Attenzione, mutuo (!) per l’acquisizione di una proprietà che genera utili immediati , non cifra spesa per contratto di locazione (volgarmente “affitto“)come quello che dovrebbe pagare la Reggina che, in tal senso, non avrebbe neanche terreni o fabbricati da mettere a bilancio come nel caso degli etnei per i quali rappresentano il 43,9% dell’attivo nei conti.

Inoltre, qualora qualcuno se lo fosse dimenticato,  quando va via la luce del sole, nell’ex discarica della zona industriale reggina,  si resta nell’oscurità derivante dall’impossibilità di illuminare i campi per via della vicinanza della pista dell’aerostazione.

Sarebbe poi bene capire quale consorzio di società di calcio giovanile abbia voglia di investire in una struttura i cui  campi sono utilizzabili, in inverno, per due o tre al giorno, considerato che gli adolescenti al mattino dovrebbero essere a scuola.

Potrebbero, tuttavia, esserci imprenditori in grado di reperire il vantaggio nell’assicurarsi la struttura e il sistema per fare business che, probabilmente, sfugge a chi nota in Reggio Calabria un’area fin troppo depressa economicamente per immaginare privati pronti a edificare grattacieli con centri commerciali annessi incastrati in un tessuto quantomeno problematico.

A proposito: la zona del S.Agata non è, ovviamente, edificabile e persino quello che c’è era stato oggetto di attenzione da parte degli organi preposti.

L’interesse non pare comunque mancare, ma occorrerà vedere in quante offerte concrete si tradurrà. Non è da escludere, tra l’altro, che chi dovesse vincere  possa affittare una parte del centro alla società amaranto.

Inutile girarci attorno: la morale è che il problema della Reggina si chiama Serie C, dato che dalla B in poi il ragionamento espresso fino ad ora sarebbe quasi capovolto.

Più che il Sant’Agata sarebbe meglio, da parte della tifoseria, pretendere nel tempo una strutturazione societaria che porti a lottare per le zone alte della classifica al più presto , uscendo il prima possibile da una categoria dove ogni anno che parte è un terno al lotto e, senza grandi investitori alle spalle, non si sa mai come si arriverà a giugno.

Curare un settore giovanile che possa avere un riscontro sociale sul territorio e che possa far venir fuori qualche buon giocatore è un qualcosa che può essere fatto indipendentemente dal S.Agata.  E almeno l’intento societario pare esserci.

Per la città resta la speranza che, comunque vadano le cose, quel centro sportivo con le sue attività non resti solo un ricordo