di Pasquale De Marte -La Reggina si gode l’obiettivo raggiunto.  Lo stesso di un anno fa, ma con un sapore diverso.  Non quello di grande traguardo avvertito nella passata stagione, sebbene le difficoltà potessero essere addirittura superiori.

E’ il prezzo di chiamarsi Reggina e rappresentare Reggio Calabria.   Un costo che non ti permette di essere soddisfatto per un pareggio agguantato in superiorità numerica a Cosenza o per aver vinto con molta fortuna a Catanzaro, facendola passare per un’impresa memorabile dove non si vinceva da tanto solo perché si giocava in altre categorie.

Perché negli ultimi trent’anni, per almeno venticinque, a quelle latitudini  i successi amaranto sono stati visti col binocolo.   Che oggi non possa, evidentemente, più essere così è un dato di fatto, che potrebbe non esserlo a lungo un un altro.  Tenere questi aspetti da parte, invece di ribadirli costantemente, forse avrebbe aiutato nel rapporto con una piazza qualificata e che aveva apprezzato le prime dieci partite di una gestione tecnica che aveva fatto vedere “calcio”.

E, oltre a qualche discutibile gestione delle situazioni nello spogliatoio e scelta tecnico-tattica,  è esattamente quello che si rimprovera ad Agenore Maurizi

Giocare con quattordici esordienti, la necessità di generare minutaggio degli under per dare profitti alla società e una squadra non all’altezza del nome che porta non sarà mai una scusante, ma al massimo un’aggravante.   Quella di essere l’uomo sbagliato al momento sbagliato, una sorta di facile valvola di sfogo per un pubblico che vive con frustrazione il dover vivere con ambizioni sottodimensionate rispetto al proprio blasone.

Quello di Reggio (o almeno quello rimasto) è un pubblico maturo e non a caso ha scelto di tributare un applauso ad una squadra che è riuscita a raggiungere probabilmente il massimo che era nelle proprie corde.   Un obiettivo modesto che la tifoseria manda giù come “quello che passa il convento”.

Un passo avanti importante che racconta di un popolo pronto ad avere pazienza che, in attesa di recuperare  un giorno il calore del tifo organizzato, rappresenta la migliore base di partenza possibile.

L’altro, invece, riguarda la società che non ha usato gli stessi toni trionfalistici della passata stagione per celebrare il mantenimento della categoria senza passare per i play out.   Un anno fa ci poteva stare, ieri decisamente no.  A festeggiare sono stati i calciatori che resta un gruppo di quattordici esordienti a cui è stato appiccicato addosso il nome Reggina, portato avanti con dignità.

E’ il segno che forse c’è voglia di alzare l’inflazionatissima asticella, soprattutto dopo una stagione che con lo stesso risultato dell’anno precedente ha avuto costi sensibilmente inferiori.   Una squadra in meno, un’altra auto eliminata (Akragas) e tante penalizzazioni hanno aiutato a fare meno fatica del previsto.

Ci sono ancora due partite per migliorare la media punti della passata stagione, riuscirci sarebbe un’importante iniezione di fiducia per il futuro.

Ci sono due settimane d’anticipo per iniziare a programmare una stagione dove serviranno altre imprese, la prima sarà riuscire a convincere gli oltre 2000 abbonati a rinnovare la fiducia

Perché, con tutta la buona volontà, si fatica a dire che questa è stata una bella stagione.