di Pasquale De Marte – Sono 104.  Gli anni passati da quando un gruppo di impiegati pubblici (neanche allora c’erano mecenati)scelsero la mattina di un 11 gennaio per dare vita ad un fenomeno sociale che avrebbe segnato oltre un secolo di Reggio Calabria e chissà per quanto ancora lo farà.

Forse per sempre, forse ancora per poco. 

E’ un compleanno non entusiasmante per i colori amaranto, però come nella vita non si può scegliere di essere sempre felici.

Quello in cui si compiono gli anni è il giorno  in cui  ci si ricorda il percorso che si è fatto. si mettono da parte le preoccupazioni per gli acciacchi, i rimpianti del passato e si prova a pensare al futuro.

Un futuro per il quale non manca un po’ d’angoscia.   E non perchè, ad oggi, ci si trovi di fronte ad una società che, in nome del bilancio (guai se non fosse così), non palesa ambizioni, ma perchè per la prima volta sembra essere entrati un tunnel di disaffezione che rischia di non lasciare tracce di ciò che per oltre un secolo è stato parte integrante dei discorsi di generazioni intere.

E attenzione: non si scambi la disaffezione con il disinteresse. Al tempo del web, infatti, è facile scoprire che l’argomento Reggina susciti maggiore attenzione  di qualsiasi altro fenomeno (non è questa la sede per approfondire l’opportunità che il calcio a Reggio sia più seguito della politica, dell’economia e della cultura).   Ci sono i dati che testimoniano come e quanto i colori amaranto siano guardati prevalentemente dal buco della serratura.

Quello tra i reggini e la Reggina è un rapporto di freddezza.  Forse solo apparente.  Basterebbe la vittoria di un campionato a riaccenderlo? Probabilmente.

Oggi, però, non sembrano esserci le condizioni perché ciò avvenga e c’è il sospetto che oggi la città pensi che la squadra sia solo un diritto.  Gli stessi diritti che, molto spesso, non si rivendicano quando c’è da battagliare per discorsi sociali più rilevanti.

Allo stesso tempo chi ne è al timone ha l’obbligo di non credere che il sostegno degli altri debba essere un fatto automatico e che la gratitudine da ricevere vada di pari passo con i respiri delle centinaia di migliaia di sostenitori amaranto. Probabilmente non è così, ma a volte è questo il messaggio che passa.

Da 104 anni a questa parte un anno senza Reggina non c’è mai stato.  Neanche quando è nata come Us Reggio Calabria, neanche quando è ripartita dopo un fallimento pilotato e neanche dopo un ammissione in soprannumero ad un campionato di Serie D con il nome di Asd Reggio Calabria.

Si, perchè quella forse non era Reggina a livello burocratico. Lo era, però, sicuramente perchè a seguirla c’erano centinaia di persone a Vibo, a Palmi, a Roccella, a Cava e a Gliaca di Piraino.

Nessuno credeva che, un giorno, la Reggina (pardon, l’Asd Reggio Calabria) potesse giocare in casa del Due Torri.

Nessuno, però, avrebbe mai pronosticato che prima o poi avrebbe vinto all’Olimpico e portato 10.000 persone a San Siro.

Reggio Calabria nella Serie A sociale (ossia nelle prime quindici città italiane, considerati i derby), forse non ci arriverà mai.  In quella del calcio ci è arrivata ed è stata in grado di contendere  il posto a Verona e ha spodestato Bergamo.

Quanto sarebbe bello se accadesse nelle classifiche della qualità della vita? Forse impossibile per i prossimi decenni, ma la Reggina aveva dato l’illusione che questo, in qualche modo, potesse accadere.

I reggini che erano stati la forza di quella società e che forse l’hanno difesa più  strenuemente adesso la trattano come un qualsiasi altro diritto che gli è negato.

Come l’acqua che a volte (forse spesso) manca,  come le buche nelle strade, come l’immondizia che negli anni passati adornava i marciapiedi per centinaia di metri, come le lungaggini burocratiche e come molte altre cose che non funzionano.

Si sono omologati a loro stessi, la guardano da lontano, abbandonata al proprio destino e se ne fanno una ragione.

Un popolo generalmente restio ad aggregarsi, magicamente riusciva ad unirsi sotto l’egida di una maglia amaranto.

La Reggina, però, non è un diritto.  E la Reggina non salverà Reggio Calabria dai suoi problemi, ma sicuramente la rende una città meno peggiore di quello che sarebbe senza.

E chi ha nelle mani il futuro (un po’ tutti, con le dovute competenze) si metta la mano sulla coscienza e si impegni a cambiare quello che oggi sembra quantomeno grigio.

Anche perchè tutti (presidenti, dirigenti, allenatori, giornalisti) passano, la Reggina ( i tifosi) resta.

Sono 104, sperando che siano tanti altri ancora i compleanni amaranto da festeggiare.