di Giusva Branca –  La foto che vedete la scattai personalmente qualche anno fa a Montevideo, dall’altra parte del mondo. Uno dei milioni di emigrati reggini aveva inteso omaggiare in quel modo, dando al nome del suo negozio  che vendeva oggetti lontanissimi dal mondo del calcio,  quello della Reggina.

Lo cercai, ci parlai e mi disse, con le lacrime agli occhi, che la Reggina gli aveva regalato la gioia più intensa della sua vita da quando, all’inizio degli anni ’70 aveva lasciato la sua terra.

Qualche anno prima, a bordo dell’Ammiraglia della Costa crociere, fui riconosciuto dal maitre de hotel, di Bagnara, come il responsabile dell’ufficio stampa della Reggina di serie A e presentato – non certo per meriti personali ma ‘di rappresentanza’ –  al personale di bordo come fossi una personalità. Ogni sera, per tutta la crociera, mandò al mio tavolo una bottiglia di vino o di champagne per poi passare, tutte le sere, a brindare con me e i miei commensali (non tutti di Reggio), alla Reggina.

Non dimenticherò mai l’orgoglio col quale questo signore 60enne parlava ai suoi collaboratori della squadra amaranto.

La Reggina non è di questo o di quello, non è di Praticò, non è stata di Foti, di Benedetto, di Matacena, di Granillo.

Loro sono e loro erano le aziende, ma la Reggina è della gente e questo il Presidente Praticò se lo dimentica regolarmente.

Lo dimentica quando chiede “a che titolo” i tifosi gli chiedano un centravanti, lo fa, con la grazia di un elefante ubriaco in cristalleria, quando sottolinea (a una testata di Monopoli) che “bisogna buttarsi alle spalle il passato, un passato, quello di serie A, frutto di combinazione”.

Ora, a parte l’enormità fattuale di questa affermazione (talmente folle, cattiva, controproducente da apparire figlia della solita, apocalittica, comunicazione del Presidente piuttosto che di un reale convincimento), la cosa gravissima, imperdonabile è l’offesa alla gente.

Liquidare nove anni di serie A come figli di non meglio precisate “combinazioni”, invitare a dimenticarsi il passato (un passato fatto anche dalla straordinaria banda-Scala ma anche dal gruppo del 95, dalle due corazzate che risalirono dall’inferno della C2, dagli anni di B di Granillo, dallla C di Pianca e Matacena, dalla Reggina di Maestrelli e Pugliese), comunque svilire la storia un giorno si e l’altro pure, è il più grande e immeritato schiaffo che si possa assestare sul viso del tifoso medio che ha porto la guancia al “suo” presidente (in quanto presidente della “sua” Reggina) in attesa di una carezza.

Per decenni tutti, nessuno escluso, abbiamo magnificato la potenza sociale dello sport, la sua ricaduta sull’umore della gente, sulla fiducia, sull’autostima di un popolo.

La forza aggregatrice che la Viola basket prima e la Reggina dopo hanno esercitato su un popolo storicamente disgregato, slegato, spesso composto da persone ‘ l’un contro l’altro armate’ , è stata  – a più riprese – sottolineata da sociologi, politici, storici.

E se liquidare è grave, alludere è gravissimo.

Perché alludere a “combinazioni” non offende solo chi in campo c’era e anche chi stava dietro le scrivanie, ma – ancora – svilisce il ricordo, l’anima dei tanti, tantissimi che ho visto con gli occhi miei piangere come vitelli sotto l’hotel di Milano o di Torino provenienti dalla Svizzera o dalla Germania o i tanti anziani che sono “morti sereni” al pensiero della loro Reggina in serie A.

Li abbiamo visti tutti i 25.000 di Pescara e i 20.000 di Perugia, la marea amaranto di Torino e l’invasione di San Siro; abbiamo ancora nelle orecchie il boato dell’Olimpico al gol di Cozza e il gelo dei 70.000 del San Paolo a quello di Savoldi, le lacrime singhiozzate di una città intera quando alle otto della sera suonò al campanello il signor Cossato, la stessa città impazzita di gioia quando, per due volte consecutive, al “Granillo” , il derby mandò in serie B il Messina o a festeggiare in 100.000 sul lungomare.

Tutti ci siamo inorgogliti a essere per anni sotto i riflettori della stampa giapponese e ad avere tre calciatori amaranto nella under 21 campione, a giocare in amichevole  contro il Real Madrid e a fare urlare al miracolo il mondo sportivo evitando la retrocessione dopo 15 punti di penalizzazione, a ricevere i complimenti di tutta Italia per organizzazione e partecipazione in occasione di Italia-Portogallo e quando la Reggina venne accolta – caso unico per una squadra che non fosse l’Inter o il Milan – a Palazzo Marino, a Milano.

Tutti ci siamo inorgogliti nel vedere Simone Perrotta alzare la coppa del Mondo nella notte di Berlino, partendo dal S.Agata…

La lista sarebbe pressocchè infinita, ammesso che si voglia tacere di migliaia di piccole, immense gioie regalate qua e là da quella (rectius, quelle, perché è sempre stato così, non solo in A) Reggina.

Negli anni della Serie A, grazie al lavoro instancabile di un’altra professionista reggina straordinaria, Lisa Nucera, in occasione delle trasferte al Nord andavamo, in compagnia di un paio di calciatori, a visitare clubs amaranto nei paesini più sperduti.

E ci andavamo in inverno, spesso in mezzo alla nebbia, col freddo, di sera, macinando chilometri su chilometri ma con la certezza di andare a regalare felicità pura, purissima a gente che aspettava un anno la sua Reggina solo per dire “grazie”.

Tutto questo, vi assicuro, non avveniva per combinazione, qualunque accezione si voglia assegnare a questa sciagurata affermazione del Presidente Praticò.

E noi ci andavamo, fieri, orgogliosi, di rappresentare una gioia per l’anima della nostra gente.

Ci vuole cautela quando si parla all’anima delle persone, serve la delicatezza di una mamma che prende in braccio il suo bimbo appena nato quando si incide sul sistema valoriale.

E qua siamo al nocciolo del problema, al cuore del corto circuito – ormai irreversibile – che si è creato tra questa società e la tifoseria.

“Tu non credere se qualcuno ti dirà che non sono più lo stesso ormai” cantava De Gregori e ciò è esattamente quello che pensano – rectius, che ‘sentono’ – i tifosi amaranto.

Loro si sentono, hanno il sacrosanto diritto di sentirsi  sempre gli stessi: tifosi di Maestrelli e di Pianca, di Onorato e di Giacchetta, di Poli e di Cucchietti.

Alla stessa, identica, maniera.

La storia non morde, la storia non offende, con la storia non si può andare in competizione, tanto più se lo si fa cercando non di migliorarla scrivendo un’altra pagina ma provando a umiliarla.

E’ un esercizio tanto perdente quanto vagamente vergognoso

“E poi ti dicono tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera, ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera”  – dice ancora De Gregori – e su questo fronte le “combinazioni” allusive a cui faceva riferimento Praticò sono ancora più gravi.

Lo sono per la città, per tutta la comunità, siamo tutti fin troppo scafati per non comprendere cosa il calcio sia diventato o sia sempre stato e per non valutare che, tanto per parlar chiaro, Reggina-Milan vale quanto Lecce-Lazio o Roma-Atalanta o Parma-Verona…a buon intenditor poche parole…

E allora proviamo a esaltare quello che abbiamo conquistato e vissuto, come comunità. Tutti.

E  proviamo a rispettare ciò del quale ci siamo giovati tutti, sul piano delle gioie personali, ma anche delle relazioni, delle carriere – sportive e non – dell’indotto economico e via così.

In tanti (chi scrive è tra questi, ma in eccellente compagnia) hanno solo avuto benefici concreti da quegli anni e sputare nel piatto dove si è mangiato – più o meno direttamente – non è bello.

Ma ancor meno bello è sporcare, gettare un’ombra sulla gioia di generazioni intere che hanno il diritto, anche a Reggio come in qualunque altra parte del pianeta, a vedere nella continuità della squadra di calcio quel meraviglioso filo conduttore mai interrotto che lega i nipoti ai nonni attraverso i padri.

Amicizie, amori, storie di meravigliosa, semplice umanità sono sbocciate a migliaia attorno a quel miracolo sportivo che oggi si vuole ridurre a “combinazione”, termine che può voler dire casualità o, peggio, situazioni torbide.

Provate ad andare ovunque, a Milano o a Torino, a Catanzaro o a Messina a mettere in discussione la storia e vedrete ciò che accade.

A Reggio proprio questa società  -a un certo punto – è sembrato che abbia più subito la pressione della piazza per affittare (perché al momento quello è) la storia della Reggina piuttosto che aderirvi in maniera convinta.

D’altra parte già dal primo anno – quando il nome era ancora Reggio Calabria – le prese di distanza dalla Reggina del passato furono frequenti (su tutte la conferma, invece di smentire indignati – a Palmi – alle parole della dirigenza palmese che, al culmine di una litigata, sottolineò che quella non era la Reggina).

Tra i numerosi autogol dei quali in pochi mesi si è reso protagonista il Presidente Praticò, il quale ormai sfugge nella comunicazione a qualunque controllo anche delle persone a lui più vicine, questo è di gran lunga il peggiore, il più brutto, il più inutile, gratuito.

Ma qualcosa – veramente – non funziona: tempo addietro, quando il direttore Basile, con estremo garbo e pari disponibilità, ci concesse una lunga intervista nella sede sociale (quel S.Agata che tanta parte ha avuto in quel passato che ora siamo invitati a metterci alle spalle), alle sue spalle campeggiava una gigantografia di Nakamura, e fu lui stesso, senza alcun tipo di sollecitazione, a sottolineare l’importanza, la valenza di quel passato, anche per i giovani calciatori di oggi.

Ma forse la differenza è proprio questa: Basile viene dal campo e conosce bene cosa anima la pancia dei tifosi, sa bene che se la gente di tutto il mondo sborsa fior di soldi e si sottopone a file estenuanti per vedere una maglietta o un paio di scarpe appartenute a gente che oggi ha 70 anni e la pancia prominente, è proprio quel passato che va cavalcato.

Va cavalcato per due motivi e ove non attecchisca quello etico, allora che prevalga quello, più pragmatico, della convenienza rispetto ai tifosi che chiedono solo di essere riconosciuti come tali.

E se tu vuoi riconoscere l’esistenza di una persona non puoi dirgli “va bene, tu esisti, ma solo da due anni a questa parte, dimentica tutto il tuo passato…”

Anche perchè tra poco, pochissimo, per costruire il futuro, alla società amaranto sarà chiesto di partecipare ad un’asta – per S.Agata e storia, appunto – per riprendersi il suo passato e non più in affitto.

E stavolta, non sarà più gratis, stavolta non basterà più solo sorridere alla storia.
Là serviranno, occhio e croce, da 500.000 euro in su.

Ma questa – appunto –  è un’altra storia…