Qualcuno faccia qualcosa, la Reggina va a fondo


lunedì 20 marzo 2017
10:56
zeman_karel2016

di Pasquale De Marte – Il rischio c’è. Ma non di retrocedere (quello è assolutamente concreto), ma di non recepire quanti e quali allarmi sono suonati in casa Reggina dopo la partita con la Vibonese.
Gli amaranto sono stati presi a pallate dall’ultima in classifica, dal primo al novantesimo. Il pallone che ha avuto Kosnic, allo scadere, è vero, sarebbe potuto valere la vittoria ma qualora i tre punti fossero rimasti sullo Stretto il tutto sarebbe stato molto simile  ad un “furto con scasso”.
La Vibonese di Campilongo ha mostrato una superiorità schiacciante sotto ogni profilo: nell’interpretazione tattica della gara, nell’impatto fisico sul match, nella convinzione che i giocatori mettevano nei contrasti, nella capacità di reggere la pressione di dover fare risultato, nella lettura della partita e delle sostituzioni.
E, non bisogna dimenticarlo, ai rossoblu mancavano due pedine fondamentali: Silvestri e Viola.
E se fosse stato un anticipo di play out? Meglio non pensarci, dato che lo scenario immaginario parrebbe assai nefasto per le prospettive amaranto.
Ci si chiede come mai dopo quasi trenta partite in cui si è insistito in maniera scientifica su un sistema di gioco si sia scelto di cambiarlo nella fase cruciale del campionato, affidandosi ad uno schema (5-3-2) che ha portato inizialmente risultati che, forse, oggi appaiono frutto del caso.
Un punto a Castellammare grazie al suicidio della Juve Stabia che aveva dominato per un’ora, tre contro una Casertana arrivata al Reggio con l’idea di fare una scampagnata (Sebbene, in quel caso, piacque e non poco lo spirito) e zero contro un Matera che ha perso sei partite su sette, vincendone una sola, proprio quella.
Un nuovo schema che viola una vecchia regola: cambiare le cose che funzionano, come allontanare il miglior assist man della squadra, Porcino (invenzione di Zeman in attacco, non bisogna dimenticarlo) dal centravanti Coralli.

Forse attorno a quell’asse andava ricostruita una nuova identità, magari creando un sistema che desse più spazio all’esterno oggi non brillantissimo quando è costretto a fare l’intera fascia. (L’assist è arrivato anche contro la Casertana, ma a gara già indirizzata col vantaggio).

E contro la Vibonese? Si è rivisto inizialmente  il 4-5-1 (difficile chiamarlo 4-3-3), ma sono emersi altri limiti. Si decide di schierare un difensore centrale Cucinotti (tra i migliori, per quelle che sono le sue caratteristiche) nella posizione di terzino prima e di esterno alto poi. Non esattamente la scelta che può dare il messaggio giusto alla squadra contro il fanalino di coda del campionato.

E dopo? Si fa male Possenti ed entra De Vito, quasi a sottolineare un certo timore dell’avversario per difendersi bassi con il 5-3-2 con affanno. rimanendo lunghi in campo  e non perdere solo grazie alla traversa e alla scarsa vena realizzativa di Saraniti.

Che fine ha fatto la filosofia zemaniana?
E pensare che la Reggina di inizio campionato piaceva a tutti e c’era la convinzione che con un po’ di qualità in più (che poteva magari arrivare dal mercato di gennaio e lì ci sono responsabilità o semplicemente limiti economici della gestione) sarebbe potuta arrivare tranquillamente alla salvezza anche dopo il primo ciclo negativo.
Ed, invece, alle prime difficoltà si è sgretolata, ha provato più volte a rialzare la testa senza mai trovare continuità e adesso rischia.
Rischia seriamente di andare a fondo, perchè se non si esce bene dalle prossime due partite (Siracusa reduce da cinque vittorie consecutive, Melfi da tre) l’ultimo posto e la retrocessione diretta potrebbero diventare un serio pericolo ed i play out un traguardo agognato.
C’è voglia di essere smentiti, ma anche un certa difficoltà nel trovare appigli.
L’unico dato positivo della partita di ieri risiede nel risultato, una sconfitta non arrivata nonostante sia stata meritata.
E fa male persino il dopo partita. Zeman, a fine partita, ha dichiarato che la squadra per tutta la settimana ha preparato la gara giocando palla a terra, per poi affidarsi costantemente ad altro tipo di schema.
E questo cosa vuol dire? Che il gruppo non si fida dell’allenatore e decide di fare di testa propria? Che i giocatori sono talmente indolenti da non ascoltare le parole della loro guida nella fase più importante del campionato? O che semplicemente, quando il gioco si fa duro in tutti i sensi, sono vittime della tensione e delle pressioni al punto da perdere la lucidità?
Anche se solo una di queste ipotesi fosse vera le prospettive diverrebbero inquietanti.
E’ il momento delle critiche dure e feroci, dato che la morbidezza dell’ambiente non è stata propedeutica a nulla.
Che nessuno si lamenti, perchè qui c’è il rischio di andare a fondo e di portare la Reggina in Serie D.
E non è quello l’orizzonte peggiore.

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